giovedì, marzo 31, 2005

SCHIAVO


“In verità in verità vi dico : voi piangerete e vi rattristerete ma il mondo si rallegrerà”
(Gv. 16,20a )
Buona Pasqua a Terri Schiavo – oggi è la sua Pasqua - "povera carusa" !

mercoledì, marzo 30, 2005

about a boy/4

Oggi intorno alle 13:00, il mio primo kebàb.

Adversus Haereses V

<< Una videocamera installata nel sepolcro non avrebbe ripreso nulla>>.

Così scrive il teologo ed esegeta cattolico Hans Kessler nel suo libro La Risurrezione di Gesù Cristo (Brescia) descrivendo il momento più misterioso e importante della fede cristiana, quello della resurrezione di Gesù, l’evento sul quale si fonda la credenza dei seguaci di Cristo, senza il quale la religione più diffusa nel mondo non avrebbe alcun senso.
[…]
Una videocamera, installata in un anfratto di pietra, puntata su quella lastra funeraria dov’era stato deposto il crocifisso, non avrebbe dunque ripreso nulla, ipotizza il teologo. Nessuna immagine o meglio l’immagine fissa di un morto avvolto nel sudario. Il biblista cattolico, che pure crede alla “realtà” della resurrezione, ha la preoccupazione di sottolineare, in questo modo e con questo paradossale esempio, che bisogna smetterla di insistere, come faceva certa vecchia apologetica, sulla “storicità” e sulla “fisicità” dell’evento pasquale, perché quell’evento – anche per chi crede – sarebbe avvenuto in una dimensione che nulla può avere a che fare con la nostra e che dunque nessuna telecamera avrebbe potuto mai fissare.

La << Resurrezione di Gesù >>, scrive lo studioso Giuseppe Barbaglio, << affermata come un evento reale, non è situata nel tempo e nello spazio >>.

Se la nostra ipotetica telecamera non ha ripreso nulla, spiega ancora Kessler, è perché il sepolcro vuoto << si colloca piuttosto sul piano della metaforica e della logica narrativa. La liberazione dal sepolcro è modello e immagine della cosa che si intende dire: modello e immagine della liberazione dalla morte e del dono di una vita nuova e precisamente indistruttibile >>. E conclude << La resurrezione non è perciò direttamente qualcosa che ha a che fare con il cadavere e, di conseguenza, il sepolcro vuoto non è parte costitutiva necessaria della fede cristiana nella resurrezione, ma piuttosto un suo simbolo illustrativo >>.
La nostra inchiesta inizia da qui.




Così inizia quindi “L’inchiesta sulla RESURREZIONE”, prezioso libretto apologetico (per me "apologetico" è un complimento) che ha come tema d’indagine le ore della sepoltura di Cristo, del vaticanista Andrea Tornielli, uscito in edicola per la settimana santa.
Dalle opinioni di certi fini esegeti ricavo alcune perplessità:
se una telecamera all’interno del sepolcro non avrebbe filmato nessun corpo, vuol dire che il corpo di un morto di nome Gesù non vi fu mai deposto?

E se la risurrezione di cui parlano i vangeli era solo una metafora della “liberazione dalla morte”. allora la metafora – e quindi la predicazione apostolica della risurrezione come prova della divinità di Cristo - manteneva tutto il suo valore anche se il cadavere di Gesù fosse rimasto disteso nel sepolcro oltre il terzo giorno ed oltre ancora, fino al naturale disfacimento per putrefazione?

Ma se la risurrezione è metafora “del dono di una vita nuova”, allora anche le sofferenze di Cristo – schiaffi, sputi, coronazione di spine, flagellazione, essere trapassato dai chiodi – culminanti nella morte per crocefissione, possono essere solamente un simbolo?

Quindi posso tranquillamente tralasciare ogni riferimento alla “fisicità” della crocifissione?
Credere al valore redentivo della morte di Gesù in croce, anche se in realtà Gesù non fece fisicamente quella morte dolorosissima, essendo la passione solo un espediente letterario funzionale alla logica metaforica del messaggio cristiano il cui valore si situa fuori dal tempo e dallo spazio?

Ma non diceva san Paolo che “se Cristo non è risorto vana è la nostra predicazione e vana la vostra fede”?

Di un Cristo primizia di coloro che risusciteranno – non fisicamente ma solo metaforicamente - dai morti alla fine del mondo, che me ne faccio?
Che me ne faccio di un Salvatore che mi ridona alla fine dei tempi il mio corpo metaforicamente risuscitato?
Povero Michelangelo! Chissà come rimarrebbe deluso dallo scoprire che ha perso anni ad affrescare tutti quei corpi muscolosi, nel grande Giudizio Universale della Sistina, quando se la poteva cavare con due metaforiche pennellate.

lunedì, marzo 28, 2005

las Angustias


Signore,
s’ignora il motivo per cui il giorno di Pasqua a ‘Domenica In’
Massimo Giletti abbia voluto dirigere un simposio teologico - protrattosi addirittura per poco più di un quarto d’ora! - togliendo spazio alle sacre lamentazioni di una Manuela Villa o di qualche geriatrico protetto di Paolo Limiti.

Gesù mio, so che sono un mare i peccati che mi tocca scontare ma Tu lo sai che la mia soglia di sopportazione del dolore è bassa assai e “certe cose ti segnano”!
Così hai voluto interrompere le nostre allegrezze per il sovvenire del fragore del rotolare della pietra della tua vuota sepoltura, per rammentarci che Tu vuoi patire nel tuo corpo mistico fino alla consumazione dei secoli?
Si, così hai voluto nei tuoi imperscrutabili disegni.

Hai lasciato che il presentatore con il cipiglio del bravo ragazzo dell’oratorio, domandasse cosa pensassero di Dio, della Fede, della fede nell’aldilà, della Tua gloriosa resurrezione, ad un prete (beh, almeno ne hanno scelto uno ferrato in materia!), ad una virile suora missionaria, a donne dello spettacolo credenti e giornalisti agnostici, coronati da un pubblico di uomini qualunquisti e di “signore mie” trasudanti patetismo.
Ciò che angustiava era il vedere l’impossibilità, di chi avesse veramente qualcosa da dire – e non degli stereotipi –, ad esprimersi, perché il cerimoniere maggiore Giletti, in nome della dottrina della prevaricazione concessa al presentatore, bloccava chi si dilungasse per più di 30 secondi; stroncando i ragionamenti che, pur provenendo da persone di fede, sembravano originali ed intelligenti e non facilmente sbeffeggiabili al pari di quelli della “tanto credente” signora mia.

Ma ciò che più angustia non è affatto un dibattito in cui i cattolici vadano al tappeto, ma l’assenza assoluta di dibattito o per meglio dire di dialogo. L’inutilità di chiamare come ospiti illustri, due egregi vaticanisti come Marco Politi della Stampa e Andrea Tornelli del Giornale i quali non hanno avuto nemmeno la possibilità di terminare una frase di senso compiuto;impossibilità di esprimersi oltre la frase fatta, e al contempo la compunzione di chi è magari pure convinto di fare ‘servizio pubblico’; interrompere chi parla di cosa oggi può significare “imitare Cristo”, scusandosi che bisogna mandare la pubblicità per poi stare 2 minuti a sbrodolarsi addosso che era giusto in quel giorno solenne non far finta che non si trattasse di una festività religiosa, e coraggiosamente affrontare la tematica spirituale, era un lavoro sporco ma qualcuno doveva pur farlo:
<< Minchia che ridere! >>.
Mi dispiace per il barelliere Massimo, ma il suo zelo non mi ha conquistato: tra i patiti delle gite a Lourdes io trovo più credibile il Tarcisio di Zelighiana memoria.

Il gilettiano tribunale della fede m’ha provocato solo il desiderio di cambiar canale.
Ispiravavano più cristiana edificazione i belli di ‘Buona Domenica’ Costantino e Daniele che senza sfoggio teologico ma traboccanti di divina carità, come novelli madre Teresa di Calcutta, distribuivano baci alle “zitelle scofanate”: la brama per i vezzi dei due “bronzi” da parte di una donna del vasto pubblico di Buona Domenica, può avere come corrispondente solo l'anelare un pugno di riso da parte di una donna del Bangladesh.

domenica, marzo 27, 2005

Virgen de la Aurora


"Tuttavia prima di tutti apparve alla madre, la Beata Vergine Madre di Dio: non per dar prova della resurrezione ma per renderla lieta con la sua visita"
(Leone Magno)




venerdì, marzo 25, 2005

Sovrane Passioni


Maria << Turris eburnea >>


La torre è una costruzione che s’innalza nobile e maestosa al di sopra degli edifici circostanti. Perciò quando, servendoci di questa immagine, diciamo che un uomo è una torre, vogliamo intendere che al suo confronto tutti gli altri sono bassi e piccoli.

Questo tipo di grandezza rifulge nel caso della Beata Vergine. Sebbene nella passione del Signore abbia sofferto un’angoscia più acuta e più intima di quanto non l’abbiano soffertà gli apostoli, tuttavia ella si comportò, nella prova, in una maniera più nobile e più forte.
Infatti, quando Gesù affrontò la sua agonia, gli apostoli, vinti dalla stanchezza, si addormentarono. Non seppero lottare ne dominare la profonda delusione e il grande abbattimento, ma ne furono sopraffatti. Subito dopo, quando a san Pietro fu chiesto se era discepolo di Gesù, egli lo negò.
E non fu solo nel tradimento. Gli apostoli ad eccezione di san Giovanni fuggirono e si nascosero. Anzi, persero anche la fede in Lui e pensarono che tutte le attese che aveva suscitate erano fallite completamente.

Quanto differente fu il comportamento coraggioso di santa Maria Maddalena e ancor più quello della Vergine Maria! Di lei è detto espressamente che stava ai piedi della croce. Non pianse né si gettò a terra, ma stette diritta a ricevere i colpi che la lunga agonia del figlio le infliggeva ad ogni istante.

In questa grandezza e generosità nel soffrire, ella, paragonata agli apostoli, ci appare veramente incrollabile e forte come una torre. Ma le torri sono vaste, pesanti, opprimenti, e vengono costruite per scopi di guerra e non di pace. Non hanno la grazia, la gentilezza e la simpatia che risplendono in Maria. Per questo ella è chiamata Torre d’avorio: per farci comprendere, per mezzo della lucentezza, la purezza ed il valore di quel materiale, quanto sia trascendente l’amabilità e la dolcezza della Madre di Dio.
(J.H. Newman)

Venerdì Santo



L’anima agisce per mezzo del corpo come attraverso un suo strumento; similmente, in modo più perfetto ma altrettanto intimo, l’eterno Verbo di Dio agì mediante l’umanità che aveva assunto.
Quando parlava, era veramente Dio che parlava; quando soffriva era veramente Dio che soffriva. Non che la natura divina possa soffrire, come neppure la nostra anima umana può vedere e udire, ma come l’anima vede e ascolta attraverso gli organi del corpo, così il figlio di Dio soffri nella natura umana che aveva assunta e fatta propria. E in questa natura ha sofferto veramente; come veramente ha formato il mondo con il suo potere onnipotente, altrettanto realmente ha sofferto nella sua natura umana.

Riflettete su questo, voi tutti che non vi preoccupate troppo, e considerate se con tale pensiero potete leggere senza timore e paura gli ultimi capitoli dei quattro Vangeli.
(J.H. Newman)

giovedì, marzo 24, 2005

Giovedì Santo


Voglio dunque ricordare anzitutto che la morte di Cristo non è stata un semplice martirio. Martire è colui che muore per la Chiesa, colui che è messo a morte perchè predica e difende la verità.
Anche Cristo, in realtà, fu messo a morte perchè ha annunciato il vangelo. E tuttavia non fu un martire. Se fosse stato un semplice uomo, sarebbe stato giustamente chiamato martire ma poichè non era solamente uomo, così non è semplicemente un martire.
L'uomo muore come un martire ma il Figlio di Dio è stato immolato come sacrificio d'espiazione.
Siamo qui subito introdotti, come vedete, in un argomento molto misterioso ma che ci riguarda da vicino.
(J.H.Newman)

mercoledì, marzo 23, 2005

martedì, marzo 22, 2005

martedì santo

- Di dove siete voi?
- Spagna
- Beh l'avevo capito, ma di quale parte della Spagna?
- Sevilla
- Siviglia?! - sorrido compiaciuto - Certo: mentre tutti vanno a Siviglia proprio per i riti della settimana santa, voi sivigliani invece...
- E si, stà piena di turisti, sovra tuto italiani.
Però aquì està il Papa... Roma è maravigliosa!
A Siviglia està piovendo mentre aquì en Roma se stà benisimo...
Devo dire però che me mancano le processioni... ma bisogna scegliere, no?


(Io sarei rimasto a Siviglia!)

trigesimo

Alberto Melloni sul Corriere del 21 Marzo fa una recensione su una poderosa biografia di Giuseppe Lazzati – Lazzati. Una sentinella nella notte (1909-1986) - dirigente dell’Azione Cattolica, giornalista, politico, cristiano di grande spiritualità e rettore dell’Università Cattolica di Milano negli anni della contestazione e del quale è aperto il processo di beatificazione.
La sua posizione di cattolico “laico” lo spinse a difendere ciò che la coscienza gli indicavano esser giusto e verace anche se in difformità dalle posizioni delle gerarchie ecclesiastiche.
Come si direbbe oggidì - ammiccando all’agone politico - un "cristiano adulto" e con tanto di aureola in arrivo!E penso che a Melloni nell'enarrare tutto ciò non sfugga la volontà di proporre velati riferimenti all'odierna cronaca referendaria.

Ma tornando alla storia, Melloni ci edifica con un esempio di cristiana e al contempo laica fortezza avvenuto nel 1975. Nonostante la volontà papale di ridimensionare, se non addirittura di chiudere, un ateneo che sforna ben poche coscienze cattoliche, Lazzati pone una serie di controragioni che fanno colare a picco la proposta vaticana.
Melloni ha una tesi da dimostrare: nel ’75 il papa e la curia, affossando l’Università Cattolica vogliono punire il suo rettore per il suo non allinearsi alla posizione [mentale] della gerarchia riguardo al referendum sul divorzio dell’anno prima. Lazzati, pur contrario al divorzio, non condivideva infatti lo spirito di “reconquista” cattolica con cui si ammantava la campagna referendaria mentre, nella stessa università, il professor Luigi Giussani organizzava i “suoi” studenti di CL a difesa della posizione integrista.

Inizierebbe così presso le alte sfere vaticane l’ascesa irrefrenabile di Comunione e Liberazione, che come segno della benevolenza pontificia “incassa il 23 Marzo 1975, festa delle palme,l’udienza da Paolo VI che legittima atteggiamenti contro i quali Davide Maria Turoldo scrivera sul Corriere della Sera un pezzo di fuoco.”
Sicuramente quella domenica delle palme segnò una svolta nel giudizio di papa Montini sull’esperienza di Comunione e Liberazione, come spessissimo ha ricordato lo stesso Giussani raccontando della vivida inpressione causatagli dalle parole d’incoraggiamento al proprio metodo educativo, rivoltegli da Paolo VI alla fine di quella messa – non udienza – in piazza San Pietro.

Senza timori di smentita, non si trattò di una gioiosa udienza premio concessa ai giessini, ma di uno dei momenti umanamente più tristi del pontificato montiniano. Paolo VI ebbe l’intuizione – straordinariamente sviluppata da Giovanni Paolo II- di fare della domenica delle Palme dell’anno 1975 una giornata della gioventù. Al giubileo dei giovani del 1975 delle organizzazioni giovanili cattoliche invitate a parteciparvi, solo Giussani e i suoi si presentano numerosi, gli altri snobbarono l’evento.

lunedì, marzo 21, 2005

Lunedì Santo






Guapa!



Guapa!




Y guapa!

venerdì, marzo 18, 2005

la "SPARTENZA"

[il Commiato]



Ed ora dove vai, o Gesù mio?

Vado, risponde, a morire per te. Non m’impedire. Questo solo ti cerco e ti raccomando: Quando mi vedrai già morto sulla croce per te, ricordati dell’amore che ti ho portato; ricordatene ed amami.
(S. Alfonso de Liguori)

mercoledì, marzo 16, 2005

generazione ( Aronne ) Piperno

Noi giovani inconcludenti che perdiamo tempo con la vita, mentre i nostri padri all’età nostra avevano già una prole da condurre al fonte battesimale, e da mantenere.
Noi che siamo cresciuti con Lady Oscar; noi che soffriamo da ansie da prestazioni intellettuali, che ci beiamo rimembrando i nostri intimi fallimenti; che come sterile passatempo scribacchiamo per una terapia 'fai da te', ma incapaci di dire qualcosa se non camuffando le nostre e le altrui prosaiche esistenze.
Noi che troviamo essere una delle cose più preziose al mondo la possibilità di passeggiare per le stradine del centro storico imparando a memoria dove si trovano incastonate capitelli di spoglio o le devote madonnelle.
Vittime del “Ghetto style”.
La simpatia beffarda che “er sor marchese” prova per “Aronne Piperno ebanista” mi appartiene un pò; provo nostalgia per santa Francesca Romana e per i suoi miracoli da mamma pasoliniana.


Scendere poi verso il Portico d’Ottavia da dietro Sant’Angelo in Pescheria; passare davanti ad un forno ebraico accanto al tempietto barocco della Madonna del Carmine – acattolicamente restaurato – e ritrovando nella porta tra il forno e l’edicola sacra, l’ingresso del forno da cui il giovane panettiere omicida della “Finestra di Fronte” scappa nella notte dalla parte di piazza Costaguti.



Quello è un film culto per un amante di quegli scorci notturni, e per smorzare la rabbia per non essere ancora riuscito ad individuare dov’è localizzato il famoso “bivio”, decido di sgranocchiare qualcosa ed entro nell’angusta pasticceria dove le due signore sono sempre di una squisita antipatia kosher.

mercoledì, marzo 09, 2005

Ostende Nobis

Dopo le prime notizie sulla tragica morte dell’agente del Sismi Nicola Calipari, ho provato tanta rabbia per la sorte di un uomo da tutti indicato come persona umanamente splendida. Sinceramente pianto da amici e colleghi, ma che soprattutto lascia nello strazio una moglie e due figli adolescenti. Il primo pensiero – di cui non mi vergogno! – è stato: perché non è morta Giuliana Sgrena?
Non ha senso un ragionamento del genere, è ingiusto e irrazionale: potevano morire entrambi, o tutti e tre compreso l’autista, ma veder piangere Pierre Scolari non mi avrebbe certo commosso, come invece vedere le lacrime della vedova Calipari. Probabilmente veder piangere Pierre Scolari non mi avrebbe certo commosso tout court: confesso di non brillare per spirito empatico, e spesso son costretto a dolermene.

Poi ho visto il compagno e i “compagni” di Giuliana Sgrena piangere sincere lacrime per un… poliziotto “borghese” e “fascista”- con tanto di fratello monsignore in Vaticano -, ovviamente nel senso che i termini avevano e avrebbero avuto sulla bocca e sulla penna di una Rossana Rossanda, non sotto l’effetto della gratitudine.
Ma è proprio questa dimensione di gratitudine umana che travolge pregiudizi e steccati ideologici; squarcia muri di diffidenza.

L’affetto e la stima che una persona, che ami e stimi, dimostra verso qualcuno ignoto alla nostra esperienza, la fiducia che egli gli dimostra, ci costringe a stimarlo; non lo conosci ma ti fidi perché non puoi farne a meno, razionalmente non puoi fare a meno di fidarti, perche colui che ami non ti trasmette idee astratte, ma un’esperienza vitale. E se Giuliana si sente segnata da questo evento al contempo di morte e di salvezza, e se il suo compagno ribadisce l’estrema fiducia che aveva per quell’uomo, per la certezza interiore trasmessagli da Calipari che la sua Giuliana sarebbe tornata libera, non può che sentire dolore per la morte di quest’uomo.

Ai solenni funerali di Stato, l’immagine di Pierre Scolari che si accascia piangente sul grembo della vedova dell’uomo che ha dato la vita per la vita della donna che ama, è stata per me di una forza immaginifica impressionante.
Ho visto Scolari inchinarsi davanti ai dolori della donna, quasi che da quel grembo abbia ricevuto una rediviva Giuliana Sgrena. Forse quella bionda signora che ho visto – mentre domenica sono sfilato davanti al feretro del marito - mentre inutilmente cercava di trattenere le lacrime, ha delle risorse interiori cui aggrapparsi mentre invece a dei giornalisti del Manifesto rimarrebbe solo una gelida disperazione.
Cerco di pensare, confortato dalle parole del fratello di Canepari, che questa morte magari possa destare nuove consapevolezze, forse ad una sola persona.

Penso che quell’umile rosario marrone, offertami con grande semplicità all’ingresso della camera ardente, che ho stretto forte nel pugno, e col quale mi sono fatto un segno di croce davanti alla bara di Nicola Calipari, sia segno del suo credere e simbolo del suo agire discreto ma efficace.

Ha detto ai funerali il fratello sacerdote:
“Non si costruisce una società diversa, un mondo veramente migliore, se non si adotta la logica del dono di sé, se ciascuno di noi non è disposto a percorrere la stessa via di Nicola”

domenica, marzo 06, 2005

Dio e Sanremona

Penso che, per motivi incomprensibili (del resto lo dice la Bibbia: “i miei pensieri nono sono i vostri pensieri…” etc), a Dio piaccia il festival di San Remo.
Se c’era una edizione che poteva creare nel pubblico (popolo) italiano disgusto ed avversione per la manifestazione “canora”( cioè “da cani”)era quella del 2005.
Tra papi moribondi, presentatori morti, ostaggi impallinati e commozioni e italici furori di fronte al ritorno di feretri sul suolo patrio;
solo l’intelligente sensibilità di Paolo Bonolis è riuscito far passare la premiazione della 'canzone regina' come l’aulica manifestazione di un cordoglio nazional popolare.

Ad Ambra Angiolini in Renga và il premio di donna dell’anno.
Ella, nel suo cantuccio televisivo,ha trepidato per le sorti dell’uomo suo, e nell’ora della vittoria ha resistito di fronte a chi la pressava per raggiungere al centro della scena il Boccoluto consorte.
Ambra irremovibile nel suo ruolo di femmina devota del suo uomo e padrone,è rimasta nell’ombra, conscia della proria potenza circea di poter trasformare la soddisfazione per l’importante traguardo raggiunto da un giovane cantante bresciano - che solo alza il pegno della vittoria - nel rancore per il passare alla storia come “il marito di Ambra” che vinse il festival del 2005.
L’ho sempre detto che solo grazie alle donne rimangono unite le famiglie.

E l'osservazione perde qualsiasi vena ironica quando vedi una quarantenne madre di due adolescenti che nel gelo della notte accoglie un marito che non c'è più

venerdì, marzo 04, 2005

Core, core 'ngrato!



- Ma non esistono preti così, col mascellone! Preti così belli, semplicemente non si fanno preti.Ma andiamo! – commenta all’orecchio il navigato mio vicino di poltrona – non è credibile come prete; si vede proprio che Ozpetek non frequenta le parrocchie.
- Beh, è la rappresentazione di come il buon Ferzan s’immagina il prete nelle sue fantasie… - chioso impudente – oh! Ma sempre gli stessi attori.
E ad un tratto penso: ma non c’è la turca? Peccato, trovo che esprima grande umanità, ispira un gran senso di matriarcalità, sarà per questo che Ozpetek l’adora.
L’ho vista a in una puntata di Ballarò in cui si discuteva dell’ingresso della Turchia nell’UE: quel gretto leghista, se l’è “magnato”.
Evvai:c’è pure la mitica cassiera!

Mi rivolgo al mio amico pensando di confidare una stramba sensazione percepita solo da me
- Guarda: la pietà! - si ma ora indugia un po’ troppo… Ma è imbarazzante: Dio mio, ma nemmeno il Gesù di Zeffirelli!
- Ma dov’è qui?
- Rione monti, verso via dei serpenti credo.
- A si, riconosco le salite.
- Zitto,zitto
– faccio io. Mi accorgo che la coppietta seduta davanti si agita infastidita dal chiacchiericcio
- Saranno intellettuali di sinistra.
- Francesco, guarda che, in questa sala, [512 posti] sono tutti di sinistra!
- A!

Scorrono i titoli.È finita!
Non sai che dire di questo nuovo film di Ozpetek. Il mio primo pensiero è che mi sarebbe piaciuto vederlo con Virginia de Leiva per sentire i suoi commenti a caldo, chissà cosa direbbe lei che si rivede ‘Le fate ignoranti’ ogni settimana. Si: no comment.

Ovviamente continuiamo la conversazione intorno al tavolino di un pub...

Lei non interviene, ma alla fine - intuendo che presto o tardi, qualcuno avrebbe potuto “brutalmente” chiederle un parere - con studiata disinvoltura, l’Avventizia del settimo giorno sospira:
Devo dire che mi è molto piaciuto il film che siamo andati a vedere, la settimana scorsa.

E tacque per sempre.

giovedì, marzo 03, 2005

Bertinotti e Liberazione…




...e la Regina mundi






Fausto Bertinotti, leader di Rifondazione Comunista, in una intervista a Panorama ammette che la sua professione d’ateismo è in crisi, se non addirittura accantonata definitamene insieme alle matrioske, ai busti di Lenin, le foto di Stalin e gli altri souvenir della Mosca sovietica. Tra i giornali della sua personale rassegna stampa c’è sempre L’Osservatore Romano; accanto all’amicizia di preti (e spretati) progressisti non disdegna la frequentazione dei cardinali; vorrebbe incontrare il papa che stima per la sua opera per la pace nel mondo (ovvero per non allineamento del pontefice alla politica USA), e confessa di “provare – ignazianamente – gusto” nell’assistere alle cerimonie religiose.
Ciò non vuol dire che si sia convertito o mediti l’approdo al “dogma della santa Fede”, ma che con la maturità – non solo dell’età –, con l’affievolirsi delle strumentali contrapposizioni ideologiche, si possa raggiungere la libertà di dare nome a quel desiderio d’infinito e d’eternità che geme silenzioso in fondo al cuore di ogn’uno. Quel sentimento “religioso” connaturato all’essere umano, desiderio di una felicità e di una pienezza al di là del contingente.
Il comunismo voleva in fondo estirpare “scientificamente” la causa dell’ingiustizia, del male, immanentemente individuato nei rapporti di forza economici.
Giustamente spesso si sente dire che il comunismo era una Chiesa non meno dogmatica dell’altra, che richiedeva non meno devozione e ascesi ai suoi fedeli, e che ugualmente prometteva una vita “liberata” dal male (economico) e dalle sue manifestazioni (sovrastrutture!). Inteso in quest’ottica, ben dice Bertinotti che il suo interesse per la dimensione spirituale non è in contrasto con i suoi progetti politici: “Si tratta sempre dell’idea di liberazione”afferma Fausto l’illuminato.
Ma la sua posizione non è considerata “innocente” da coloro che nel suo partito sono cultori dell’ortodossia marxista: il loro partito è pur sempre quello della rifondazione comunista, no?

Ammettere l’esigenza, di una dimensione spirituale, ed ancor più cercare le risposte ignorando il catechismo marxista-leninista, vuol dire relativizzare il comunismo alla “sola” sfera politica-economica, ammettendo che quindi non è l’unica. Bertinotti abbatte involontariamente il tendone del “gran circo Marx-Engels” ammettendo che esistono nell’essere umano modalità d’essere che non trovano appagamento all’ombra della tesi marxista.
Io mi trovo costretto a dar ragione ai leninisti ed ai trotzkisti duri e puri: essi capiscono perfettamente che questo “slittamento metafisico” di Bertinotti implicitamente si pone contro l’impostazione metafisica ( Materialismo storico) di chi definisce il comunismo la vera e “scientifica” soluzione ai problemi dell’umanità.
Spero lo capisca anche Bertinotti che immaginarsi un Marx pacifista che sventola la bandiera arcobaleno indossando il saio francescano ad una manifestazione antiglobalizzazione, è ridicolo. Ridicolo in primis perché Marx sarebbe stato entusiasta della globalizzazione in quanto è la cosa più simile a ciò che venne “profetizzato” nel Manifesto del partito comunista del 1848

Se io fossi il capo di un partito che volesse “rifondare” il comunismo vedrei nell’attuale concentrazione del potere economico in poche mani le basi per una futura rivoluzione del proletariato, che meglio potrebbe riuscire di quella ‘d’Ottobre’. Ma non sarebbe possibile fondare un regime marxista che abolisca la proprietà privata e al contempo lasci libertà di coscienza nelle cose spirituali e del culto? Per i compagni di Bertinotti no: e se lo dicono loro, n’avranno ben d’onde!

Quelli che Karl Marx definisce “economisti classici” - Adam Smith e David Ricardo da cui ricavò le sue previsioni sulla futura rivolta del proletariato -, nell’Inghilterra capitalista del Settecento non hanno alcuna remora a dichiarare che nel processo produttivo borghese il re, la nobiltà e il clero sono solo dei parassiti: non solo sono inutili, poiché improduttivi, ma dannosi perché consumano il capitale che razionalmente sarebbe potuto essere meglio impiegato per ricavarne profitti. Nonostante la palese veridicità di tali affermazioni, lo Stato britannico ritenne che avrebbe potuto prosperare ugualmente pagando le spese del monarca, facendo salvi i privilegi dell’aristocrazia e sovvenzionando la Chiesa Anglicana. Il comunismo invece per “prosperare” deve preventivamente azzerare ogni differenza in nome di un progetto totalizzante in cui non c’è posto per Dio, perché Dio sarebbe la proiezione di quella infelicità umana che il comunismo eliminerà. La fede in Dio è quindi un ostacolo; l’ateismo non è una posizione di coscienza personale ma principio e fondamento necessario del socialismo scientifico. I testi lo dicono, la storia ce lo insegna.
Avendo chiaro questo, se, alla vigilia della rivoluzione bolscevica, “la bella Signora” era preoccupata degli errori che la Russia avrebbe diffuso nel mondo, la ragione era proprio dovuta a quell’odio inculcato verso un Dio nemico del “popolo”,nemico del bene dell’umanità.
A causa di questo veleno culturale – prima che politico – la Madre di Dio chiese la consacrazione della Russia e del mondo al suo 'cuore immacolato', ovvero ad un cuore che ha piena fiducia nell’amore che Dio ha per l’uomo.

Il trionfo quel cuore di Maria sul boscevismo.


Dopo il solenne atto di affidamento a Maria compiuto dal papa,il 25 marzo 1984 ai piedi dell’immagine della Madonna di Fatima – incoronata ai tempi di Pio XII col significativo titolo di Regina Mundi -, ecco che il 13 maggio successivo, meno di 2 mesi dopo, salta in aria l’arsenale militare di Severomorsk senza il quale è impossibile attuare uno scontro militare con gli Usa, seguì la scelta di Gorbaciov come ultimo estremo e fallito tentativo riformatore, fallitimento firmato l’8 dicembre 1991 – Immacolata Concezione – e conclusosi con l’ammaino della bandiera rossa il successivo 25 dicembre.
Se questo è un messaggio dell'antiumanità cui ha portato l'idolatria della liberazione marxista, beh, questo messaggio è limpido, nonostante ci siano quelli che non vogliono capire o non possono.