domenica, marzo 30, 2008

Delle Cinque Piaghe del Nuovo Lezionario della Santa Chiesa [2]

Ovvero: Te possino dà tante cortellate/ pe quante messe ha detto l'arciprete/ pe quante messe ha detto l'arciprete/ pe quante vorte ha detto: orate frate/(Stornello romanesco)


Un tempo era detta la "Prima domenica dopo Pasqua" ed "In Albis" poichè anticamente la liturgia romana ("de Roma") prevedeva un apposito rito (nella basilica di San Pancrazio) nel quale i catecumeni che avevano ricevuti i sacramenti dell'iniziazione cristiana durante la veglia pasquale deponevano la bianca veste battesimale.

Dopo la riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II la domenica dell'ottava di Pasqua è stata più opportunamente chiamata "Seconda domenica del Tempo di Pasqua".
Il 30 di aprile dell'anno giubilare e bimillenario dell'era cristiana il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II canonizzando proprio nelle domenica "In Albis" la grande mistica polacca Faustina Kowalska -e facendone pertanto la prima santa del nuovo millennio!- decretò che: "questa seconda Domenica di Pasqua, (...) d'ora innanzi in tutta la Chiesa prenderà il nome di Domenica della Divina Misericordia".

Questo volle il santo Pontefice polacco a sigillo della santità e del carisma della suora polacca che nel suo "Diario" aveva trascritto il racconto delle apparizioni di Gesù Cristo il quale il 22 Febbraio del 1931 diede precise istruzioni affinchè venisse istituito nella Chiesa un culto specialissimo alla Sua Divina Misericordia per mezzo del culto di una apposita immagine, di pii esercizi di pietà tra cui una "coroncina" e una una novena, e di una "Festa della Divina Misericordia" da celebrarsi appunto nella domenica "In Albis": "Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l’immagine, che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia. Desidero che i sacerdoti annuncino la Mia grande Misericordia per le anime dei peccatori."

Il culto alla Divina Misericordia, guardato con sospetto dalle autorità ecclesiastiche per molto tempo a causa di spiacevoli e reiterati fraintendimenti, fu non dimeno oggetto di critiche anche dopo la canonizzazione di Faustina Kowalska (e la conseguente "canonizzazione" del di lei messaggio mistico) da parte di quei piissimi cattolici che si angustiarono nel vedere imposta a tutta la Chiesa Cattolica "una devozioncella polacca". In realtà, ottenuto l'appellativo "della Divina Misericordia", nella celebrazione liturgica della domenica dell'ottava di Pasqua nulla è mutato (nè và mutato): non si tratta di sostituire le orazioni e le letture della Seconda Domenica di Pasqua con quelle della Messa "votiva" della Divina Misericordia, si tratta invece di un invito al clero e ai laici di meglio riflettere, meditare, contemplare, e quindi "celebrare", proprio quell'infinita Misericordia di Dio manifestatasi nei misteri pasquali; entrambre le orazioni "colletta" previste nel Messale "di Paolo VI" per la domenica "in Albis", infatti, fanno esplicito riferimento alla Misericordia di Dio:

"Dio di eterna misericordia, che nella ricorrenza pasquale ravvivi la fede del tuo popolo, accresci in noi la grazia che ci hai dato, perché tutti comprendiamo l’inestimabile ricchezza del Battesimo che ci ha purificati, dello Spirito che ci ha rigenerati, del Sangue che ci ha redenti. Per il nostro Signore Gesù Cristo..."

Oppure:
"Signore Dio nostro, che nella tua grande misericordia ci hai rigenerati a una speranza viva mediante la risurrezione del tuo Figlio, accresci in noi, sulla testimonianza degli apostoli, la fede pasquale, perché aderendo a lui pur senza averlo visto riceviamo il frutto della vita nuova. Per il nostro Signore Gesù Cristo..."

Le stesse letture bibliche della Liturgia della Parola contengono un esplicito riferimento alla Misericordia di Dio; principiando dalla pericope del Santo Evangelo secondo San Giovanni in cui si racconta delle apparizioni "a porte chiuse" del Risorto nel Cenacolo e del potere concesso ai suoi apostoli di perdonare i peccati: «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Così recita la versione del Nuovo Lezionario approvato dalla Confernza Epicopale Italiana che così innova rispetto al desueto "rimettere i peccati".

Lamentabile invece la nuova versione della proposizione immediatamente precedente in cui Gesù: "soffiò e disse loro" che sostituisce la precedente, più logica e coerente (oltre che più elegante nella forma): "alitò su di loro e disse".

Vivessimo in un secolo cristiano a quest'ora sarebbe già sorto un drammatico scisma che avrebbe destabilizzato alle fondamenta la Chiesa Cattolica; poichè se ogni laica mente raziocinante dovrà convenire sul fatto che "soffiare" non è sinonimo di "alitare", tanto più un fervente fedele dovrà rimanere sconcertato e intimamente scosso al pensiero che per i piissimi pastori della Santa Chiesa pellegrinante per le italiche calli risulta del tutto indifferente anzi inutile, nella meditazione dei misteri redentivi, il soffermarsi a riflettere che come segno "sacramentale" della trasmissione dello Spirito Santo agli Apostoli -ovvero alla Chiesa nascente!- il nostro "Dio fatto uomo" abbia scelto di alitare invece di soffiare o viceversa!

Nella storia della Chiesa si sono create insanabili dispute dogmatiche a causa di uno "iota"; Gesù stesso ammonì i suoi discepoli che persino uno "iota" contenuto nelle Sacre scritture non verrà meno prima che tutte le profezie bibliche si siano pienamente compiute; figuriamoci cosa direbbe di quegli italici sacri pastori, biblisti e liturgisti che intorno all'alitare o meno del Figlio di Dio procedono con una nonchalance e con assai minor scrupolo di coscienza di quanto son soliti fare disquisendo dell'alitare o meno del bue e dell'asinello!

Vorrei ma non riesco a passare avanti senza curarmi, inoltre, della volontà dei novelli esegeti di espellere dal mistico ovile evangelico la consecutio temporum (che forse visto il nome puzza un pò troppo di tradizionalismo lefebvriano) per cui accade che Nostro Signore rivolgendosi all'incredulo San Tommaso non dica più "beati quelli che pur non avendo visto crederanno!" ma: "beati quelli che non hanno visto e hanno creduto".

"Dio mio, misericordia!" verrebbe spontaneo esclamare, ed in questo "al dimandar precorre" il salmo responsoriale tratto dal salmo 117:
"Celebrate il Signore, perché è buono:
eterna è la sua misericordia.
Dica Israele che egli è buono:
eterna è la sua misericordia.
Lo dica la casa di Aronne:
eterna è la sua misericordia.
Lo dica chi teme Dio:
eterna è la sua misericordia...

Non più! I sommi liturgisti e parolieri del Nuovo Lezionario hanno reputato più opportuno, e -soprattutto dopo la decisione pontificia di nominare la tal domenica in cui si proclama il tal salmo "della Divina Misericordia"!- sommamente conveniente alle esigenze pastorali sostituire il (desueto?) termine "Misericordia" con "Amore"!

Recita perciò il ritornello:
"Rendete grazie al Signore perché è buono:
il suo amore è per sempre.

Recità ormai la prima strofa:
"Dica Israele:
«Il suo amore è per sempre».
Dica la casa di Aronne:
«Il suo amore è per sempre».
Dicano quelli che temono il Signore:
«Il suo amore è per sempre».


Permettano i miei cinque lettori che io copra pudicamente l'esternazione di indecorose espressioni di disagio e di imbarazzo con un velo di... misericordia.

Oso solo avanzare le più che legittime perplessità sul fatto che nel conseguente brano nella Seconda Lettura tratto dalla "Dalla prima lettera di san Pietro apostolo" i pleclari esegesi non si siano dati cruccio di emendare altrettanto zelantemente la parola del pescatore di Cafarnao:
"Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti"!
Una colpevole svista dei sommi "revisionisti"? Dobbiamo perciò attendere quanto prima una nuova versione del Nuovo Lezionario oramai, finalmente, senza misericordia?


Post Scriptum: In tale clima pasquale e gioioso, festivo e solennemente tutto "misericordia" e tutto "amore", dopo aver petulantemente angustiato i miei cinque lettori li invito, orsù, a volgere con le parole del salmo 117 la mente e il cuore al Signore che ha fatto meraviglie; pardòn : "prodezze"!

martedì, marzo 25, 2008

Regina Coeli, Laetare, Alleluja!



[4]"Desiderando la Vergine conoscere il mistero, esclamò al santo servitore: “Dal mio grembo votato alla verginità, dimmi come può essere generato un figlio?”

E l’Angelo le rispose con riverenza soltanto questo:
Gioisci, partecipante al mistero ineffabile;
Gioisci, credente di ciò che matura nel silenzio;
Gioisci, preludio ai miracoli di Cristo;
Gioisci, compendio dei suoi dogmi;
Gioisci, scala celeste per cui discese Iddio;
Gioisci, ponte che conduce dalla terra al cielo;
Gioisci, degli Angeli inaudito prodigio;
Gioisci, dei demoni terribile sconfitta;
Gioisci, perché generasti ineffabilmente la Luce;
Gioisci, perché a nessuno hai rivelato il mistero;
Gioisci, perché trascendi la conoscenza dei sapienti;
Gioisci, perché illumini la mente dei credenti;
Gioisci, o Sposa Semprevergine!"

[5]"La potenza dell'Altissimo coprì allora con la sua ombra la Vergine affinché concepisse; e il suo seno senza frutto si trasformò in campo fertile per coloro che vogliono cogliervi salvezza, cantando: Alleluia!"


[14]"Una nuova creazione rivelò il Creatore apparso fra noi sue creature; poiché germinato da un grembo incontaminato lo conservò intatto quale era prima, così noi, contemplando il miracolo, inneggiamo alla Vergine, esclamando:
Gioisci, fiore della verginità;
Gioisci, corona della castità,
Gioisci, perché fai risplendere l'immagine della (nostra) resurrezione;
Gioisci, perché ci manifesti la vita angelica;
Gioisci, albero dai magnifici frutti che nutrono i fedeli;
Gioisci, pianta dalle ombrose fronde che offrono riparo a molti;
Gioisci, perché hai portato in seno Colui che è guida degli erranti;
Gioisci, perché hai dato alla luce Colui che è il liberatore dei prigionieri;
Gioisci, perché sei la nostra propiziatrice presso il giusto Giudice;
Gioisci, perché sei la riconciliazione per molti peccatori;
Gioisci, perché dai rifugio a chi è privo di fiducia;
Gioisci, perché possiedi un amore che supera ogni desiderio;
Gioisci, o Sposa Semprevergine!"


[15]"Mirando questa prodigiosa natività, distacchiamoci da questo mondo, elevando la nostra mente al cielo; perché l'Altissimo apparve sulla terra come umile uomo, per attrarre in alto coloro che a lui acclamano: Alleluia!"


[16]"L’incomprensibile Verbo discese in terra nella sua pienezza senza per nulla allontanarsi dai cieli; perché con condiscendenza divina e non mutazione di luogo si abbassò e nacque dalla Vergine che, assorta in Dio, udiva:
Gioisci, dimora del Dio infinito;
Gioisci, porta di un venerando mistero;
Gioisci, verità incomprensibile per chi non crede;
Gioisci, indubbio vanto per chi crede;
Gioisci, cocchio santissimo di Colui che siede sui Cherubini;
Gioisci, dimora bellissima di Colui che è sopra i Serafini;
Gioisci, perché concili cose contrarie;
Gioisci, perché congiungi verginità e maternità;
Gioisci, perché hai distrutto la prevaricazione;
Gioisci, perché hai fatto spalancare il Paradiso;
Gioisci, perché sei la chiave del regno di Cristo;
Gioisci, speranza di beni eterni;
Gioisci, o Sposa Semprevergine!"


[21]"Volendo salvare il mondo, il Creatore di tutte le cose in esso venne spontaneamente; e benché come Dio fosse Pastore, apparve per noi e fra noi come agnello, come uomo parlava agli uomini, ma come Dio sente dirsi: Alleluia!"



A Te, o Madre di Dio,
che guidasti la nostra difesa, innalziamo l’inno della vittoria e della riconoscenza, per essere stata salvati da terribili sciagure. Tu, dunque, nella tua potenza invincibile, liberaci da ogni sorta di pericoli, cosicché a Te si esclami: Gioisci, o Sposa Semprevergine!





[22]"Noi vediamo la Vergine come fiaccola splendente, apparsa a coloro che sono nelle tenebre; perché avendo acceso il Lume immateriale, ella guida tutti alla cognizione divina, illuminando di splendore le menti e viene onorata da questa esclamazione:


Gioisci, raggio del Sole spirituale;
Gioisci, riverbero dello splendore senza tramonto;
Gioisci, fulgore che illumini le anime;
Gioisci, tuono che atterrisci i nemici;
Gioisci, perché fai sorgere la luce sfolgorante;
Gioisci, perché fai scaturire il fiume dalle inesauribili acque;
Gioisci, simbolo del fonte battesimale;
Gioisci, perché togli le macchie del peccato;
Gioisci, lavacro che purifichi la coscienza;
Gioisci, coppa che mesci esultanza;
Gioisci, fragranza del profumo di Cristo;
Gioisci, vita del mistico convito;
Gioisci, o Sposa Semprevergine!"

[23]"Volendo perdonare le antiche offese, Colui che rimette i debiti a tutti spontaneamente si presentò a coloro che si erano allontanati dalla grazia e, lacerata la condanna del peccato, da tutti sente esclamare: Alleluia!"


[dall'INNO ACATHISTO]

domenica, marzo 23, 2008

l'allodola di Frisinga /9

Ovvero: "...affinchè si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: dall'Egitto ho chiamato il mio figlio" (Mt.2,15)


"Nella sua vita terrena Gesù, come tutti noi, era legato alle condizioni esterne dell’esistenza corporea: a un determinato luogo e a un determinato tempo. La corporeità pone dei limiti alla nostra esistenza. Non possiamo essere contemporaneamente in due luoghi diversi. Il nostro tempo è destinato a finire. E tra l’io e il tu c’è il muro dell’alterità. Certo, nell’amore possiamo in qualche modo entrare nell’esistenza dell’altro.
Rimane, tuttavia, la barriera invalicabile dell’essere diversi.

Gesù, invece, che ora mediante l’atto dell’amore è totalmente trasformato, è libero da tali barriere e limiti. Egli è in grado di passare non solo attraverso le porte esteriori chiuse, come ci raccontano i Vangeli (cfr Gv 20, 19). Può passare attraverso la porta interiore tra l’io e il tu, la porta chiusa tra l’ieri e l’oggi, tra il passato ed il domani.
[...]
Il suo andare via diventa un venire nel modo universale della presenza del Risorto, in cui Egli è presente ieri, oggi ed in eterno; in cui abbraccia tutti i tempi e tutti i luoghi. Ora può oltrepassare anche il muro dell’alterità che separa l’io dal tu.
Questo è avvenuto con Paolo, il quale descrive il processo della sua conversione e del suo Battesimo con le parole: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20).
Mediante la venuta del Risorto, Paolo ha ottenuto un’identità nuova. Il suo io chiuso si è aperto. Ora vive in comunione con Gesù Cristo, nel grande io dei credenti che sono divenuti – come egli definisce tutto ciò – “uno in Cristo” (Gal 3, 28).

[...]

Nel capitolo conclusivo della Lettera agli Ebrei [...] si legge: “Il Dio della pace ha fatto tornare dai morti il Pastore grande delle pecore in virtù del sangue di un’alleanza eterna” (cfr 13, 20). In questa frase echeggia una parola del Libro di Isaia, nella quale Mosè viene qualificato come il pastore che il Signore ha fatto uscire dall’acqua, dal mare (cfr 63, 11).
Gesù appare come il nuovo Pastore, quello definitivo che porta a compimento ciò che Mosè aveva fatto: Egli ci conduce fuori dalle acque mortifere del mare, fuori dalle acque della morte.

Possiamo in questo contesto ricordarci che Mosè dalla madre era stato messo in un cestello e deposto nel Nilo. Poi, per la provvidenza di Dio, era stato tirato fuori dall’acqua, portato dalla morte alla vita, e così – salvato egli stesso dalle acque della morte – poteva condurre gli altri facendoli passare attraverso il mare della morte. Gesù è per noi disceso nelle acque oscure della morte. Ma in virtù del suo sangue, ci dice la Lettera agli Ebrei, è stato fatto tornare dalla morte: il suo amore si è unito a quello del Padre e così dalla profondità della morte Egli ha potuto salire alla vita. Ora eleva noi dalla morte alla vita vera.

Sì, è ciò che avviene nel Battesimo: Egli ci tira su verso di sé, ci attira dentro la vera vita. Ci conduce attraverso il mare spesso così oscuro della storia, nelle cui confusioni e pericoli non di rado siamo minacciati di sprofondare.


Nel Battesimo ci prende come per mano, ci conduce sulla via che passa attraverso il Mar Rosso di questo tempo e ci introduce nella vita duratura, in quella vera e giusta.
Teniamo stretta la sua mano!
Qualunque cosa succeda o ci venga incontro, non abbandoniamo la sua mano! Camminiamo allora sulla via che conduce alla vita."

Benedictus PP XVI

In Resurrectione Domini


[Come Cristo desideri che noi ci rallegriamo grandemente in lui per la nostra redenzione, e che gli chiediamo la Grazia di poterlo fare]

«E in queste tre parole: "E' una gioia, una felicità, un gaudio eterno per me" furono mostrati tre cieli, così: nella gioia io intesi il compiacimento del Padre, nella felicità la gloria del Figlio e nel gaudio eterno lo Spirito santo.
Il Padre si compiace, il Figlio è glorificato, lo Spirito Santo ne gioisce.

E qui io vidi il terzo modo di contemplare la sua beata Passione, vale a dire la gioia e la felicità che lo portano a trarre gaudio da essa. Poichè il nostro cortese Signore mi mostrò la sua Passione in cinque modi: il primo è la testa che sanguina, il secondo è lo scolorarsi del suo volto beato, il terzo è l'abbondante sanguinamento del suo corpo per le ferite della flagellazione, il quarto è il suo progressivo e profondo essiccarsi -questi quattro, come ho detto prima, riguardano le sofferenze della Passione- e il quinto è quello che mi è appena stato mostrato sulla gioia e la beatitudine della Passione. Poichè è volontà di Dio che noi abbiamo in lui un vero gaudio per la nostra salvezza, ed Egli vuole che da questo venga a noi un potente conforto e una grande forza, e quindi vuole che la nostra anima sia gioiosamente occupata dalla sua Grazia.
Poichè noi siamo la sua gioia, ed Egli si compiace in noi eternamente, così come noi godremo in lui con la sua Grazia.

Tutto quanto Egli fa, ha fatto e farà per noi, non è nè può essere peso o fatica, tranne quando morì rivestito della nostra umanità cominciando al momento della dolce Incarnazione sino alla beata Risurrezione nel mattino di Pasqua. Tutto questo tempo durò il prezzo e la fatica spesa per la nostra redenzione e di questa impresa Egli continua a gioire eternamente, come ho detto prima.

"O Gesù che davvero sappiamo prestare attenzione a questa gioia che è nella beatissima Trinità per la nostra salvezza, e desiderare di avere con la sua Grazia il medesimo gaudio spirituale", vale a dire che il gaudio per la nostra salvezza sia uguale, per quanto ciò sia possibile nel tempo in cui siamo sulla terra, alla gioia che Cristo stesso prova per la medesima salvezza.

Tutta la Trinità operò nella Passione di Cristo offrendoci abbondanza di virtù e pienezza di Grazia mediante lui: ma solo il Figlio della Vergine soffrì, del che tutta la la beata Trinità si rallegra. E questo fu mostrato in queste parole: "Sei appagata?".

Con un'altra parola Cristo disse: "Se tu sei pienamente appagata io sono pienamente appagato". Come se avesse detto: "E' una gioia e un gaudio che mi bastano e non chiedo altro da te a proposito della mia sofferenza se non che io possa appagarti".
Ed in questo Egli mi rammentò la caratteristica di uno che dona con gioia.
Ogni persona che dona con gioia presta poca attenzione alla cosa che dà ma tutto il suo desiderio e il suo intento sono di far piacere e di recare sollievo a colui al quale dà il proprio regalo. E se colui che lo riceve accoglie il dono con gioia e con riconoscenza, allora il gentile donatore non fa alcun conto di quello che ha speso e sofferto per la gioia e la felicità che gli viene dal fatto di aver compiaciuto e confortato colui che egli ama. Questo mi fu mostrato in modo assolutamente chiaro.

Pensa quanto più attentamentre puoi alla grandezza di questa parola: "sempre". Poichè in questa mi fu rivelata una profonda conoscenza dell'amore con cui Egli ci salvò con le numerose gioie che derivarono dalla Passione di Cristo.
Una è che Egli si rallegra di averla sofferta e che non soffrirà più.
Un'altra è che con la Passione Egli ci ha redenti dalle pene eterne dell'inferno.
Un'altra è che Egli ci ha portato in cielo facendoci diventare la sua corona e la sua eterna felicità.»


(dal 'Libro delle Rivelazioni' di Giuliana di Norwich)

sabato, marzo 22, 2008

Sabato Santo [3]


[La decima rivelazione è Nostro Signore Gesù Cristo che mostra il suo cuore beato spezzato in due per amore, e se ne rallegra]

«Con volto ilare il nostro buon Signore guardò il suo fianco e lo contemplò con gioia, e con il suo dolce sguardo guidò la mente della sua craatura attraverso quella stessa ferita, dentro il suo fianco, e là gli mostrò un luogo bello e delizioso largo abbastanza da contenere tutta l'umanità salvata affinchè vi riposasse nella pace e nell'amore.
E con questo gli rammentò il preziosissimo sangue e l'acqua che Egli per amore lasciò sgorgare dal suo costato. E i questa dolce contemplazione mostrò il suo cuore beato spaccato in due e, rallegrandosi, mostrò alla mia mente in modo parziale la sua divinità benedetta, nella misura da lui voluta in quel momento, dando così forza alla povera anima perchè potesse comprendere ciò che si può esprimere con le parole, cioè l'amore infinito che non ha principio, è, e sempre sarà.

E con ciò il nostro buon Signore disse pieno di gioia: "Guarda quanto ti amo"; come se avesse detto: "Mia cara, contempla e vedi il tuo Signore, il tuo Dio, che è il tuo Creatore e la tua gioia eterna: vedi il tuo fratello, il tuo Salvatore; figlia mia, contempla e vedi quale gaudio e felicità io provo per la tua salvezza, e per il mio amore rallegrati con me".

E inoltre, per una comprensione più profonda fu detta questa beata parola: "Guarda quanto ti amo", come se avesse detto: "Contempla e vedi che ti ho amato talmente prima che morissi per te da voler morire per te.
E ora io sono morto per te, e ho sofferto volentieri quello che ho potuto. E ora tutte le mie pene amare e tutto il mio duro travaglio sono trasformati in gioia eterna e in felicità per me e per te. Come potrebbe avvenire ora che tu mi chieda qualcosa che mi è gradito senza che io te lo conceda con tanta gioia?
Il mio gaudio è la tua santità e la tua gioia e la tua felicità eterna con me".

Questo è il senso, semplicemente, come riesco a dire, di questa beata parola: "Guarda quanto ti ho amato!"
Questo mi mostò il nostro buon Signore per renderci felici e gioiosi.»


(dal 'Libro delle Rivelazioni' di Giuliana di Norwich)

venerdì, marzo 21, 2008

Venerdì Santo [4]


[Della brama e della sete spirituale di Cristo, che dura e durerà fino al giorno del Giudizio; e in ragione del suo corpo Egli non è ancora pienamente glorificato, nè è del tutto impassibile]


«E così il Signore rispose a tutte le domande e a tutti i dubbi che io potevo esprimere, dicendo con tono sommamente confortante: "Posso portare ogni cosa al bene, porterò ogni cosa al bene, voglio portore ogni cosa al bene; e vedrai tu stessa che ogni cosa sarà bene".

Dove dice:"Io posso" intendo che che si riferisce al Padre; dove dice "Sono in grado" lo intendo del Figlio; dove dice "Io voglio" lo intendo dello Spirito Santo; e dove dice "Io porterò" lo intendo della beata Trinità, tre Persone e una Verità; e dove dice "Tu stessa vedrai" intendo l'unità della natura umana che sarà salvata nella beata Trinità. E in queste cinque parole Dio vuole che noi ci raccogliamo nella quiete e nella pace.
E così la sete di Cristo avrà fine.

Perchè questa è la sete spirituale di Cristo: la brama d'amore che dura e durerà fino a che non avremo la visione di lui nel giorno del Giudizio. Poichè noi che saremo salvati, e saremo la gioia e la felicità di Cristo, siamo ancora quì e alcuni non sono ancora nati e tanti ancora devono nascere fino a quel giorno.

Perciò questa è la sua sete e il suo desiderio d'amore per noi: riunirci tutti in lui per la nostra felicità infinita, così mi sembra. Perchè ora noi non siamo ancora interamente in lui come saremo invece allora.
Poichè noi sappiamo per fede, e fu anche rivelato a tutti, che Gesù Cristo è Dio e uomo; e nella sua divinità Egli è in se stesso felicità suprema, lo era fin dal principio e lo sarà per sempre, eterna felicità che non può essere in se stessa nè aumentata nè diminuita.
E questo fu mostrato copiosamente in tutte le rivelazioni (particolarmente nella dodiicesima dove dice: "Sono io l'Altissimo").

Quanto poi all'umanità di Cristo, ci è noto per fede ed è anche stato mostrato che fu per forza della divinità che Egli patì i tormenti della Passione e morì, per amore, per portarci alla sua gioia. E queste sono le opere dell'umanità di Cristo nelle quali Egli si rallegra (e questo fu rivelato nella nona rivelazione, dove dice: "E' una gioia, una felicità, un gaudio eterno per me l'aver sofferto la Passione per te"). E quì è la gioia delle opere di Cristo e questo egli intende (nella medesima rivelazione) che noi siamo la sua felicità, siamo la sua ricompensa, siamo il suo onore, siamo la sua corona.

Quanto al fatto che Cristo è nostro capo, Egli è glorificato e inpassibile; quanto al suo corpo nel quale sono unite tutte le sue membra Egli non è ancora pienamente glorificato nè è del tutto impassibile. Poichè quella medesima sete e brama che ebbe sull'albero della croce, desiderio, brama e sete che -secondo me- erano in lui fin dall'inizio, Egli le ha ancora e continuerà ad averle fino al momento in cui l'ultima anima da salvare sarà giunta in cielo nella sua felicità.

Poichè come c'è veramente in Dio l'attributo della misericordia e della pietà, altrettanto veramente c'è l'attributo della sete e del desiderio; e in virtù di questa brama di Cristo noi possiamo rispondere con altrettanta brama, desiderando lui: senza di ciò nessuna anima giunge al cielo.

E questo attributo della sete e del desiderio nasce dall'infinita bontà di Dio, proprio come l'attributo della pietà viene dalla sua infinita bontà.
E benchè Egli possegga sia il desiderio che la pietà, esse sono -mi sembra- qualità diverse.
E in questo stà la caratteristica della sete spirituale, che dura in Lui fino a quando noi siamo nel bisogno, attraendoci in cielo nella sua beatitudine.
E tutto questo io vidi come una rivelazione di compassione, perchè questa cesserà nel giorno del Giudizio.

Così Egli ha pietà e compassione per noi e desiderio di averci con sè, ma la sua sapienza e il suo amore non permettono che la fine giunga prima del tempo che è stato stabilito come il migliore.»


(dal 'Libro delle Rivelazioni' di Giuliana di Norwich)

giovedì, marzo 20, 2008

Giovedì Santo [4]



[La nona rivelazione è circa il gaudio, etc; dei tre cieli e dell'infinito amore di Cristo nel suo desiderare ogni giorno di soffrire per noi, se potesse, anche se non è necessario]


«Allora il nostro buon Signore mi domandò: "Sei contenta che io abbia sofferto per te?".
Io dissi: "Si, Buon Signore, e ti ringrazio moltissimo; si buon Signore possa tu essere benedetto".
Allora disse Gesù, il nostro buon Signore:" Se tu sei appagata, io sono contento. l'aver sofferto la Passione per te è per me una gioia, una felicità, un gaudio eterno, e se potessi soffrire di più lo farei".

In questo stato d'animo il mio spirito fu sollevato al cielo, e là io vidi tre cieli: e a quella vista fui grandemente stupita e pensai: "Vedo tre cieli e tutti e tre appartengono alla benedetta umanità di Cristo. E nessuno è maggiore dell'altro, nessuno è minore, nessuno è più alto, nessuno più basso, ma tutti sono uguali quanto a gioia".
Come primo cielo Cristo mi mostrò suo Padre, non in una immagine corporea ma nelle sue proprietà e nel suo operare". Questo vuol dire che io vidi in Cristo ciò che il Padre è.
L'opera del Padre è questa: Egli ricompensa suo Figlio Gesù Cristo. Questo dono e questa ricompensa è così gioiosa per Gesù che il Padre non avrebbe potuto dargli una ricompensa che gli fosse più gradita. Poichè il primo cielo, cioè la compiacenza del Padre mi si mostrò come un cielo ed era pieno di beatitudine. Poichè Egli si compiace grandemente in tutto quello che Gesù ha fatto per la nostra salvezza, perciò noi non siamo suoi soltanto perchè ci ha redenti ma anche per il dono cortese di suo Padre.
Noi siamo la sua gioia, siamo la sua ricompensa, siamo la sua gloria, siamo la sua corona. E che noi siamo la sua corona è una meraviglia singolare e una visione piena di gaudio.

Quello che sto dicendo è per Gesù una felicità così grande che egli non tiene in alcun conto il suo tormento e la sua Passione, e la sua morte crudele e ignominiosa.

E in queste parole: "Se io potessi soffrire di più lo farei" io vidi veramente che tutte le volte che potrebbe morire, egli morirebbe, e l'amore non lo lascerebbe mai tranquillo fino a che non l'avesse fatto.
E contemplai con grande diligenza per osservarre quante volte egli sarebbe morto se l'avesse potuto. E veramente il numero delle volte superava la mia comprensione e la mia intelligenza talmente che la mia ragione non poteva nè era in grado di comprendere o di capire. E quand'anche Egli fosse morto o volesse morire tante volte, tuttavia Egli non avrebbe tenuto questo in alcun conto per amore: poichè Egli valuta tutto poca cosa rispetto al suo amore.

In vero, benchè la dolce umanità di Cristo possa soffrire solo una volta, la sua bontà non cesserebbe mai di offrirsi. Ogni giorno Egli è pronto a fare lo stesso, se possibile. Poichè se Egli dicesse che vuole creare per mio amore nuovi cieli e nuove terre, questo sarebbe ancora poco al confronto perchè egli potrebbe fare questo ogni giorno, se lo volesse, senza alcuna fatica. Ma il morire per mio amore tante volte che il numero supera la capacità di comprensione della creatura, questo è il dono più alto che Nostro Signore Dio potrebbe fare all'anima dell'uomo, secondo me.

Dunque, quello che vuol dire è questo: "Perchè mai non dovrei fare per amor tuo quello che posso? La morte non mi pesa, poichè io per amore tuo morirei tutte le volte che posso, non tenendo conto delle atroci sofferenze".

E questo io vidi come il secondo modo di contemplare la sua beata Passione.
L'amore che lo spinse a soffrire supera tutti i suoi patimenti come il cielo supera la terra; perchè il dolore fu un'impresa nobile, preziosa e gloriosa realizzata con la forza dell'amore. E l'amore era senza principio, è e sarà senza fine. E nel nome di questo amore egli disse con molta dolcezza queste parole: "Se potessi soffrire di più soffrirei di più".

Egli non disse: "Se fe fosse necessario soffrirei di più" ma " Se io potessi soffrirei di più", perchè anche se non fosse necessario ed Egli potesse soffrire di più, Egli lo farebbe.
Questa opera della nostra salvezza fu ordinata da Dio secondo i suoi piani. Fu realizzata con tutta la dignità di cui Cristo era capace: e quì io vidi una gioia piena di Cristo, poichè la sua gioia non sarebbe stata piena se quanto fu fatto avesse potuto essere fatto in modo migliore.»


(Dal 'Libro delle Rivelazioni' di Giuliana di Norwich)

mercoledì, marzo 19, 2008

Mercoledì Santo [4]


[Come noi ora moriamo sulla croce con Cristo; ma il suo sguardo rivolto a noi fa sparire ogni sofferenza]



«E osservavo con tutte le mie forze per vedere il momento del trapasso, e pensavo di vedere il corpo ormai completamente morto, ma vidi che non era così. E proprio nello stesso momento in cui mi parve che la sua vita non potesse durare più a lungo, e la visione della fine si avvicinasse inesorabilmente, all'improviso, mentre stavo contemplando il medesimo crocifisso di prima, Egli cambiò nell'aspetto del suo volto beato.

Il mutamento del suo volto beato cambiò anche me, ed io mi sentii felice e gioiosa nel grado massimo possibile.
Allora Nostro Signore lietamente sussurrò al mio spirito: "Dov'è finita ora ogni tua angoscia e ogni tua pena?" E io fui ricolma di gioia.

Compresi che per Nostro Signore noi siamo ora sulla croce con lui nei nostri dolori, e che moriamo nella nostra passione, e volentieri rimaniamo sulla medesima croce con il suo aiuto e la sua Grazia fino all'ultimo momento. Improvvisamente vedremo mutare l'aspetto del suo volto, e noi saremo con lui in cielo. Tra un momento e l'altro sarà un istante: e poi tutto sarà trasformato in gioia. E questo Egli intese quando mi disse: "Dov'è ora ogni tua pena e ogni tua afflizione?". E noi saremo pieni di felicità.

E qui io vidi veramente che se Egli ci mostrasse ora il suo beatissimo volto, non ci sarebbe alcun dolore sulla terra -nè in qualsiasi altra parte- che potrebbe inquietarci, ma tutto sarebbe per noi gioia e felicità.
Ma poichè Egli ci mostra il volto che ebbe nella Passione, quando portò la sua croce in questa vita, allora noi soffriamo pene e travagli con lui, come richiede la nostra natura.

E il motivo per cui Egli patì è perchè vuole, per sua bontà, renderci eredi con lui nella gioia. E in cambio delle piccole pene che noi soffriamo in questa vita avremo una sublime ed eterna conoscenza di Dio che non potremmo altrimenti mai avere. E quanto più crudeli sono state le nostre pene con lui sulla croce tanto maggiore sarà la nostra gloria con lui nel suo regno.»



(Dal "Libro delle Rivelazioni" di Giuliana di Norwich)

martedì, marzo 18, 2008

Martedì Santo [4]


[Dell'indicibile Passione di Cristo, e delle tre cose della Passione che si devono sempre ricordare]

«E così io vidi Nostro Signore Gesù soffrire a lungo poichè l'unione con la divinità dava alla sua umanità forza di soffrire per amore più di quanto possano tutti gli altri uomini.
E non intendo soltanto dolore più di quello che possa patire qualsiasi altro uomo ma anche che il suo dolore superò quello che tutti gli uomini chiamati a salvezza, dal primo giorno della Creazione fino all'ultimo, possano dire o immaginare pienamente, se si considera la dignità dell'altissimo nobile Re e la vergognosa malvagia e penosa morte che subì. Poichè colui che è l'Altissimo e il più degno fu obbrobriosamente condannato e disprezzato in modo estremo: perchè il punto più importante che si deve considerare nella sua Passione è pensare e rendersi conto che colui che patì è Dio. E rifrettere inoltre su questi due punti, che sono minori: uno è che cosa patì, l'altro è per chi egli patì.

E in questo egli portò alla mia mente in parte la sublimità e della nobiltà della gloriosa divinità, e inotre la preziosità e la tenerezza del suo corpo beato che era ad essa unito, e ancora la riluttanza che la nostra natura prova di fronte al dolore.
Poichè, proprio in quanto era tenerissimo e purissimo, Egli era straordinariamente forte di fronte alla sofferenza.


Ed Egli soffrì per i peccati di tutti gli uomini che saranno salvati; ed Egli vide e soffrì in sè -per simpatia e amore- il dolore, la desolazione e l'angoscia di ogni uomo. Poichè quando la Nostra Signora soffrì per le pene di Lui, altrettanto Egli soffrì pe le pene di lei.
E ancora di più, in quanto la sua dolce umanità era di una antura più nobile, e fino a quando potè egli soffrì per noi e si affrisse per noi.
E ora Egli è risorto e non può più soffrire; e tuttavia Egli soffre per noi, come dirò più avanti.

Ed io, contemplando tutto ciò per sua Grazia, vidi che in lui l'amore per la nostra anima era così forte che egli scelse volontariamente e con gran desiderio di soffrire, e soffrì pazientemente con grande gioia.
L'anima che contempla ciò, quando è toccata dalla Grazia, comprenderà veramente che le pene della Passione di Cristo superano tutte le pene, cioè quelle pene che in virtù della Passione di Cristo saranno trasformate in gioia eterna.

E' volontà di Dio, secondo quanto comprendo, che noi contempliamo la sua beata Passione in tre maniere.
La prima è considerare con contrizione e compassione l'altroce pena che egli soffrì; e questo è quanto il Signore mi mostrò in quel momento e mi diede la forza e la grazia per comprenderlo.»


(dal 'Libro delle Rivelazioni' di Giuliana di Norwich)

lunedì, marzo 17, 2008

Lunedì Santo [4]


[Del conforto che dà la contemplazione del Crocifisso...]

«In quel momento avrei voluto distogliere gli occhi dalla croce, ma non osavo, perchè sapevo bene che finchè contemplavo la croce ero sicura e salva. Perciò non volli mettere in pericolo la mia anima, perchè senza la croce non c'era sicurezza alcuna contro il timore dei demoni.
Allora venne alla mia ragione una proposta, detta con tono amichevole: "Guarda in cielo, a suo Padre".
E allora io vidi chiaramente, con la fede che sentivo, che non c'era nulla tra la croce e il cielo che potesse inquietarmi. Qui dovevo guardare in alto o rispondere.
Risposi ineriormente con tutta la forza della mia anima, e dissi: "No, non posso perchè tu sei il mio cielo".

Così io dissi perchè non volevo alzare gli occhi: avrei preferito infatti rimanere in quel dolore fino al giorno del Giudizio piuttosto che giungere al cielo per un'altra via che non fosse lui. Poichè sapevo bene che colui che mi teneva legata così dolorosamente mi avrebbe sciolto quando a lui fosse piaciuto.

Così imparai asciegliere Gesù come mio cielo, proprio mentre lo vedevo in quel momento tutto nel dolore.
Non mi piaceva nessun altro cielo all'infuori di Gesù, e lui sarà la mia gioia quando vi arriverò.

Ed è sempre stato motivo di conforto l'avere scelto Gesù come mio cielo, per sua Grazia, in tutto quel tempo di Passione e di sofferenza.
E questo è stato un insegnamento per me: continuare a sciegliere Gesù come mio cielo, nel benessere e nella desolazione...»


(dal "Libro delle Rivelazioni" di Giuliana di Norwitch)

domenica, marzo 16, 2008

duquedegandia.blogspot.com



AVVISO ai piissimi pellegrini che nella Settimana Santa son soliti stazionare devotamente ante questo pusillimo blog: l'atteso trapasso si è compiuto inesorabilmente!
Petanto il nuovo indirizzo di cotanto blog tardo-barocco è:
duquedegandia.blogspot.com


Post scriptum: le "Maestranze" mi pregano di segnalare agli eventuali benevoli lettori "via feed" che il nuovo indirizzo a quello è anch'esso trapassato:
http://duquedegandia.blogspot.com/feeds/posts/default

Delle Cinque Piaghe del Nuovo Lezionario della Santa Chiesa

Ovvero: "Te possino dà tante cortellate/ pe quante messe ha detto l'arciprete/ Pe quante messe ha detto l'arciprete/ pe quante vorte ha detto: orate frate/.



Sant'Alfonso de Liguori diffuse una divota "Orazione a Gesù Crocifisso" al fine di meditare sovente i misteri della nostra redenzione: "cominciando da ciò che disse di Voi, o mio Gesù, il santo Profeta Davide: Traforarono le mie mani e i miei piedi ed enumerarono tutte le mie ossa."

A differenza di ciò che riteneva Sant'Alfonso, la Santa Madre Chiesa prendendo atto degli sviluppi storico-critici non attribuisce più al "santo profeta Davide" la compilazione di tutti e centocinquanta salmi del salterio, e nel frattempo la corrente traduzione della Bibbia in lingua italiana, abbandonando le affettazioni settecentesce, recita: "Hanno forato le mie mani e i miei piedi, posso contare tutte le mie ossa" (Salmo 21,17-18).
Non di meno, però, la tradizione cristiana non ha mai cessato di additare nel Salmo 21 -che principia con le parole "Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?" - un testo vaticinante l'opera redentiva del venturo Messia d'Israele. Fu lo stesso Cristo in croce ad intonare il primo versetto di quel salmo quasi volendo invitare gli astanti a comparare quell'antico testo delle Sacre Scritture con la scena che sul Golgota si stava avverando ed inverando.

Tutti e quattro gli Evangelisti sottolineano, manifestando così la convinzione della primitiva comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme, che la Passione, morte, Risurrezione di Gesù di Nazaret si compirono "secondo le Scritture".

Di questa costante fede cristina del compimento di tutte le promesse messianiche nella persona dell'ebreo Gesù di Nazaret, ne è garante il culto liturgico che, massimamente nella Settimana Santa, ripropone, all'orecchio, alla mente, ed al cuore del credente in Cristo, non soltanto quei brani del Nuovo Testamento che enarrano la Passione ma anche quei brani delle antiche scritture di Israele che ne paiono una terribile e mirabile descrizione profetica.

Il pio cattolico, pertanto, che la domenica popolarmente detta "delle palme" partecipa alla liturgia eucaristica detta "In Passone Domini" (a causa dell'antica tradizione della Chiesa Romana di proclamare in tal giorno l'intero racconto evangelico della Passione di Cristo) ripeterà fervorosamente quale antifona al "salmo responsoriale" il famigerato grido di Gesù in Croce "Dio mio,Dio mio, perchè mi hai abbandonato?" mentre opportunamente il lettore intercalerà alcuni versetti tratti dal Salmo 21.

E venne il giorno in cui la Conferenza Episcopale Italiana diede alle stampe un nuovo lezionario festivo, entrato in vigore dall prima domenica di Avvento dell'anno liturgico 2007-2008 e che suscitò un certo clamore giornalistico per l'aver sostituito il "Ti saluto" dell'Arcangelo Gabriele alla Santa Vegine con il più corretto "Rallegrati"; aver sostituito l'infausta e plurisecolare traduzione "non ci indurre in tentazione" del Pater noster con il più opportuno " non abbandonarci alla tentazione"; o con decisioni assai più discutibili come l'aver sostituito un termine "desueto" quale Mammona con il più prosaico termine "ricchezze".

Pertanto i cattolici fedeli e praticanti nella domenica "delle palme" del 16 marzo 2008 hanno ascoltato il tproclamare al salmo responsoriale la seguente strofa rivisitata dai sommi liturgisti e parolieri della Chiesa di Dio pellegrina in Italia:
"Un branco di cani mi circonda,
mi accerchia una banda di malfattori;
hanno scavato le mie mani e i miei piedi.
Posso contare tutte le mie ossa."

"Hanno scavato"?
Perchè sostituire il verbo forare col verbo scavare?
Non sia considerato irrispettoso della sacra Gerarchia ed irriguardoso degli illuminati esegeti interrogarsi sulle motivazioni che hanno poratato ad una simile decisione.
Non si può certo dubitare che il testo ebraico dell'antico salmo riporti un termine che in espressione italiana possa essere tradotto proprio ed esattamente con "scavare" ma è pur vero, ed i buoni sacerdoti dai loro pulpiti son soliti rammentarlo quando son costretti a declamare espressioni assai dure del buon Gesù, che le lingue semitiche son assai povere di termini e perciò poco amanti delle sfumature semantiche.

Ragion per cui il verbo "scavare" riferito a "mano" risulterebbe una bella metafora per un poeta simbolista di fine Ottocento, ma appare sconcertante se messo in bocca alla severa prosa di un biblico agiografo! La proposizione "Scavare in una mano", infatti, può significare solo "provocare una ferita in una mano" a meno che non si intenda quale espressione metaforica ma il tal caso è impossibile, non solo per chi legge il salmo applicandolo al contesto alla crocifissione di Cristo ma anche solo nel contesto veterotestamenario tout court: è evidente che il salmista stà descrivendo la situazione esistenziale di un essere umano angosciato spicologicamente ed angustiato fisicamente.

Se -obbedendo agli imperscrutabili decreti della volontà divina- i sommi italici esegeti e liturgisti non gradivano il verbo "forare", avevano tutta una gamma di sfumature prima di approdare a qiell'imbarazzante "Hanno scavato le mie mani e i miei piedi"! "Hanno ferito", "hanno bucato", "hanno perforato", "Hanno traforato", "hanno trapanato", "hanno bucherellato", "hanno scavicchiato", "hanno violato la privacy delle mie mani e dei miei piedi"!
Niente poteva essere meno opportuno, niente poteva essere più lontano dalla descrizione delle sacre stimmate di Gesù Cristo di quel vagamente metaforico "scavare"!

In Passione Domini



[Quarta Rivelazione; come Dio preferisca che noi siamo lavati dal peccato nel suo sangue piuttosto che nell'acqua: poichè il suo sangue è preziosissimo]

«Contemplando, io vidi il corpo che sanguinava abbondantemente come durante la flagellazione, ed era così: la pelle splendente era lacerata da profonde ferite che penetravano nella tenera carne a causa dei duri colpi su tutto il dolce corpo.
Il sangue caldo scorreva con tale abbondanza che non di riusciva a vedere nè la pelle nè le ferite, perchè tutto era coperto di sangue.

E quando giungeva al punto in cui avrebbe dovuto cadere scompariva. Ciò nonostante il sangue continuò a scorrere per un certo tempo, fino a che potei osservarlo con attenzione. Ed era così abbondante che mi venne da pensare che se fosse stato veramente di sostanza reale avrebbe insanguinato tutto il letto e sarebbe traboccato tutto intorno.

Allora mi venne in mente che Dio ha creato abbondanza di acque sulla terra per il nostro uso e per le nostre necessità fisiche secondo il tenero amore che egli ha per noi. Ma tuttavia Egli preferisce che noi prendiamo come medicina perfetta il suo sangue beato per lavarci dai nostri peccati: questa è la bevanda che egli desidera darci più di qualsiasi altra (esistente) nel creato. Perchè il suo sangue è abbondantissimo, così come è preziosissimo per virtù della beata divinità. Ed è della nostra stessa natura, e per la nostra beatitudine esso scorre sopra di noi per virtù del suo amore prezioso.

Il preziosissimo sangue di Nostro Signore Gesù Cristo, così com'è veramente inestimabile, è altrettanto veramente sovrabbondante.

Contempla e vedi le virtù di questa preziosa abbondanza del suo preziosissimo sangue: discese nell'inferno e ne spezzò le catene e liberò tutti quelli che vi erano detenuti, e che ora appartengono alla corte del cielo.

La preziosa abbondanza del suo preziosissimo sangue scorre su tutta la terra, ed è in grado di lavare dal peccato tutte le creature che sono, sono state o saranno di buona volontà.
La preziosa abbondanza del suo preziosissimo sangue ascese in cielo nel corpo beato di Nostro Signore Gesù Cristo, ed ora là stà in lui, continuando a scorrere, pregando per noi il Padre, e così è e sarà finchè noi ne avremo bisogno.

E inotre scorre in tutto il cielo nella gioia per la salvezza di tutta l'umanità che ora è là, e di quella che ci sarà, riempiendo così il numero degli eletti che attende di essere completato».


(Dal "Libro delle Rivelazioni" di Giuliana di Norwich)

venerdì, marzo 14, 2008

sabato, marzo 08, 2008