mercoledì, febbraio 11, 2009

DEVOTIO MODERNA [14]


Ovvero: Dell’omelia - intorno al vangelo della guarigione della suocera di Pietro- pronunziata domenica 8 febbraio 2009 dal reverendo parroco della chiesa romana della Natività di N.S. Gesù Cristo, così come ci viene riassunta dalla divota Nicoletta Tiliacos su “Il Foglio” di mercoledì 11 febbraio 2009:

“Roma. Andare a messa una domenica mattina – due giorni prima che morisse Eluana, sapendo che già non la lasciavano bere da due giorni – e aspettare delle parole del sacerdote un commento a una vicenda che, si sentiva, toccare il cuore di tutti. Si capisce, quando c’è quell’attesa particolare durante la messa, perché sembra che sia diversa anche la qualità del silenzio prima della predica.
Aspettare la parola del sacerdote, dunque, e coprire che effettivamente il parroco è scandalizzato, indignato, arrabbiato come quasi mai abbiamo sentito.
Perché si sta consumando in una clinica di Udine il primo caso di eutanasia in Italia comminato per sentenza, e in assenza di una legge che lo consenta?
Perché una vita che poteva durare ancora anni nella quiete vera dell’amore e dall’accudimento delle suore misericordie è stata innaturalmente spezzata dalla mancanza di acqua e cibo nella Quiete caricaturale dove hanno agito, in perfetta e protetta privacy, i volenterosi volontari di un protocollo di morte?
Perché si è violato quel “dar da bere agli assetati, dar da mangiare agli affamati” che è umanità elementare, prima ancora che cristianesimo elementare?
Ma no. Il parroco è indignato perché, spiega, l’enfasi che in quelle ore si stava dando alla difesa di una “vita vegetativa” era soltanto frutto di una strumentalizzazione della politica. Non si stava infatti varando, in quelle stesse ore la norma infame che prescrive ai medici di denunciare i clandestini?

Il sacerdote dice che la vicenda Eluana Englaro è importante: chi potrebbe negarlo? Ma lo è perché simboleggia il dovere del dubbio, l’importanza del silenzio e della rinuncia a dare giudizi, la necessità di lasciar dire e fare "alla scienza": la sola a poter dire una parola di verità di cui nulla sappiamo e a fare, di conseguenza, le cose giuste. E comunque – reperita iuvat – rimane lo scandalo della persecuzione contro le vite degli immigrati, e il delitto inqualificabile di aver introdotto il reato di immigrazione clandestina. Mentre ci si sta sbracciando per che cosa?
"Per una “vita vegetativa”!”
Non basta: perché chiede il prete furioso, l’arcivescovo di Udine non va al capezzale di Eluana? E speriamo che stavolta non ci sia chi neghi alla povera Eluana Englaro i funerali religiosi, così come furono colpevolmente negati a Welby…

È successo – mi è successo – davvero domenica scorsa, nella parrocchia della Natività a Roma. Una chiesa viva, anche per merito del suo parroco: uomo simpatico, appassionato e amato, sempre pronto a ricordare i doveri concreti della carità, della solidarietà , dell’accoglienza. Un pastore informato e attento; la scorsa settimana aveva chiamato da un’altra città nientemeno che Alberto Melloni, per parlare del Concilio Vaticano II.
Quel prete ha spiegato, durante la predica domenicale, che non vale la pena di scaldasi tanto per una “vita vegetativa”. Ha sostenuto che qualcuno avrebbe addirittura potuto negare ad Eluana i funerali religiosi (ma chi glielo ha detto?). Ha fatto immaginare ai fedeli attoniti un arcivescovo omissivo, un pastore di anime che si rifiuta di andare a trovare la morente (morente per volontà di altri: questo non l’ha detto) a causa di chissà quale astrusa e rigida opposizione dottrinaria (e non perché magari nessuno lo avrebbe fatto entrare, o perché la cosa sarebbe stata considerata intrusiva dal grande club laicista che circondava la famiglia Englaro).

Alla fine della predica – che Dio mi perdoni – ero furiosa pure io. Ho pensato che il parroco legge certamente Repubblica e che avrà apprezzato la posizione del direttore Mauro: la vita deve avere un senso. E che senso ha una vita vegetativa?
Ho pensato che il parroco non legge l’Avvenire, che senza tiepidezze e pacatezze ha chiamato sempre le cose col loro nome: su Eluana c’è stata eutanasia. Ho pensato addirittura che ha qualche ragione Maurizio Mori, comandante in capo della compagnia della dolce morte: il caso Englaro è la nuova breccia di Porta Pia.
Solo che stavolta non si sono visti nemmeno gli zuavi.”

Nessun commento: