mercoledì, aprile 29, 2009

SUMMORUM PONTIFICUM CURA, II


Ovvero: La Ermeneutica della continuità
"Carissimo nostro Sig. Cardinale, il mondo tutto è giunto ad un tale vilipendio dell'autorità pontificia che basta il reclamo d'un frate, nonché il dispiacere di un vescovo, o d'una città, o d'una nazione per impedire l'esecuzione delle risoluzioni più sante, e Noi pur troppo, l'esperimentiamo ogni momento; tacendo frattanto le mormorazioni d'alcuni vestiti come lei, che sentendo l'idea d'un nuovo breviario inorridiscono, come se si pensasse a fare un nuovo simbolo della fede" (26 aprile 1743)

[Papa Benedetto XIV Lambertini; "Lettere al cardinal de Tercin"]

SUMMORUM PONTIFICUM CURA

Sive: Semper Reformanda

"All'interno del rinnovamento degli studi biblici, negli anni Quaranta Pio XII commissionò ai professori del Pontificio Istituto Biblico una nuova traduzione del salterio, che tenesse conto del progresso degli studi biblici. Ne venne fuori, nel 1945, il Liber Psalmorum cum canticis, che, dopo essere stato personalmente usato dal Papa per un anno, fu adottato come testo ufficiale per l'Ufficio divino. Si trattava di un'ottima traduzione in latino classico del testo ebraico integrato e corretto in base ad altre fonti. Se conoscete il latino e provate a leggerlo, sembra di leggere, in un bel latino, le moderne traduzioni in lingua volgare.
Ebbene, che cosa successe al Concilio?
I Padri stabilirono: "L'opera di revisione del salterio, felicemente incominciata, venga condotta a termine al più presto, tenendo presente il latino usato dai cristiani (respectu habito latinitatis christianae), l'uso che ne fa la liturgia e le esigenze del canto, come pure tutta la tradizione della Chiesa latina" (Sacrosanctum Concilium, n. 91). In poche parole, ciò significava: torniamo alla Volgata, emendata laddove è assolutamente necessario farlo.
Di qui Paolo VI ebbe l'ispirazione di adottare lo stesso criterio per tutta la Bibbia. E fu così che, pochi giorni prima della fine del Concilio, costituì una commissione incaricata di rivedere la Volgata. Il frutto di tale revisione è la Nova Vulgata Bibliorum Sacrorum Editio (comunemente detta "Neovolgata"), pubblicata nel 1979 (un anno dopo la morte di Paolo VI) e, in seconda edizione, nel 1986.
Personalmente considero la Neovolgata un piccolo capolavoro: senza stravolgere l'opera di san Girolamo, tiene conto dei risultati delle scienze bibliche odierne.[...]
Come vedete, Pio XII, il Papa tanto amato dai tradizionalisti, fu lui stesso vittima della mentalità (un po' razionalista) diffusa; il Vaticano II, il concilio tanto amato dai progressisti, si mostrò in tal caso più tradizionalista del Papa. Questo tanto per dire come la realtà sia talvolta un tantino più complessa di quanto certe schematizzazioni non vogliano far credere."

[© Copyright Querculanus ; 15 Aprile 2009]

martedì, aprile 28, 2009

Pro Missa bene cantata [10]

Sive: Respondit Iesus: Si male locutus sum, testimonium perhibe de malo; si autem bene, quid me caedis? (Jh.XVIII,23)


Il vescovo della diocesi francese di Bayeux con decreto del primo settembre 2008 aveva destituito il padre Jean-Clode Cheval, parroco (come dicono i francesi: "curato") di St Jean de Brébeuf sur Seulles dopo le lamentazioni degli zelanti membri del "consiglio presbiterale" che reputavano intollerabile che il Signor Curato avesse preso l'abitudine di celebrare una volta al mese una messa domenicale festiva non nella bella lingua di Voltaire ma bensì nella lingua di Cicerone.
La trigesimale celebrazione eucaristica in questione non è quella "di Pio V" -benchè a norma del Motu proprio Summorum Pontificum (07/07/07) il buon curato avrebbe tutta la libertà di celebrere "Vetus Ordo"- bensì la messa dello "scandalum" altro non è che la stessa e medesima messa post-conciliare ordinariamente celebrata in "gallice loqui" che però -una volta al mese!- il padre Cheval amava celebrare attenendosi alla Editio Typica approvata da Paolo VI nella Pasqua del 1969 con la Costituzione Apostolica "Missalem Romanum". "Editio Typica" dicesi la versione ufficiale del "Novus Ordo Missae", ovviamente in latino, da cui poi derivano tutte le traduzioni nelle lingue volgari. E se ciò non bastasse a rassicurare gli scrupolosi sulla piena cattolicità del Novus Ordo Missae nella sua formulazione in latino, bisognerà ricordare che nel 1974 la Congregazione per la dottrina della fede con la dichiarazione "Instauratio liturgica", per evitare ogni spiacevole polemica in caso che le traduzioni dei messali volgari non fossero specchiatamente fedeli alla Editio Tipyca, decretava che "il significato da intendersi per esse è, nella mente della Chiesa, quello espresso dall'originale testo latino".

La destituzione di un parroco per aver commesso la colpa di celebra la messa "di Paolo VI" nella versione solennemente approvata da Paolo VI, e nella medesima versione latina in cui viene quotidianamente celebrata nella Basilica di san Pietro in Vaticano, è stato davvero un indicativo "segno dei tempi": un quanto altro mai eloquente modo per principiare le celebrazioni del quarantesimo anniversario della riforma liturgica post-conciliare.

Presentato ricorso al Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, il Venerdì Santo 10 aprile 2009* il padre Cheval ha fatto ritorno nella propria parrocchia accompagnato dal vicario generale della diocesi di Bayeux il quale, ai fedeli riuniti per i riti della Passione, ha dato lettura del decreto della Santa Sede Apostolica con cui si ordinava al vescovo diocesano di procedere all'immediato reintegro del parroco latinista nelle sue piene funzioni.

lunedì, aprile 27, 2009

CASTRUM DOLORIS, XXII

Ovvero: "Non vidi alcun Tempio in essa" (Apocalisse)


Domenica 26 Aprile 2006 si è celebrata la dedicazione al culto cattolico, della nuova chiesa di Foligno commissionata dalla Conferenza Episcopale Italiana, all'architetto di fama mondiale Massimiliano Fucksas, quale artistico -ed emblematico!- contributo della Chiesa pellegrinante in Italia alla ricostruzione della cittadina umbra ferita dal terremoto dell'ottobre 1997.
La "chiesa" di San Giacomo altro non è che un mastodontico, grigio, inquetante e soffocante cubo alto quasi ventisei metri, interamente composto da calcestruzzo armato a vista, un vero "eco mostro": l'"Eco-Mostro di Foligno" di cui i gerarchi del cattolicesimo italiano manifestano un entusiasmo ancora più inquietante; presente all'inauguarazione l'Eccellentissimo Giuseppe Betori arcivescovo di Firenze che quand'era Segretario generale della italica Conferenza Episcopale volle quel "progetto pilota" per la realizzazione di tre innovative e paradigmatiche "nuove chiese" (una al nord, una al sud e una al centro) tra cui appunto: il "cubo di Fucksas".

Una esegesi cristiana dell'opprimente edificio di culto è stata proposta ai folignati nell'omelia dedicatoria dal loro vescovo Gualtiero Sigismondi :
"In quanto costruzione visibile, la chiesa-edificio è segno della Chiesa pellegrina sulla terra e immagine della Chiesa beata nel cielo". Quello che più colpisce di questa nuova casa di preghiera è il fatto che, nelle sue linee architettoniche, manifesta simbolicamente il mistero della Chiesa: "casa del Dio vivente", fondata sulla roccia della fede di Pietro (cf. Mt 16,18); "colonna e sostegno della verità" (cf. 1Tm 3,15), edificata sul fondamento degli apostoli e dei profeti in Cristo Gesù, "pietra angolare" (cf. Ef 2,20).
Si tratta di un complesso edilizio che, essendo slanciato e proiettato verso l'alto, disegna un dialogo tra cielo e terra, che consente di intuire che la Chiesa pellegrina sulla terra si configura come vera e propria cripta della basilica della nuova Gerusalemme, la città santa che, come dice l'Apocalisse, "è a forma di quadrato: la sua lunghezza è uguale alla larghezza" (cf. Ap 21,16); immediatamente dopo l'Autore sacro precisa che "la lunghezza, la larghezza e l'altezza sono uguali", lasciando intendere che è a forma di cubo!"


Or dunque, seppur involontariamente, come accadde anche a Caifa, monsignor Sigismondi ha profetizzato: il cubo di Fucksas vuol trasmette quindi un messaggio decisamente apocalittico.
Efficace il passaggio in cui il presule interpreta l'ennorme ed altissimo cubo come nient'altro che una cripta! Cripta di una superiore ed invisibile "chiesa" lasciata distrattamente fluttuare nell'iperuraneo e che invece gli architetti del passato hanno sempre anelato appassionatamente di far scendere dal cielo "bella come una sposa adorna per il suo sposo" (anche questa è Apocalisse, Eccellenza!).

Il vescovo di Foligno, o per rimanere nel linguaggio apocalittico: l'Angelo della Chiesa di Foligno, pur estasiato per la biblica cubicità dell'edificio ha però volutamente sorvolato sul resto della descrizione che l'autore ispirato fa della mistica dimora di Dio con gli uomini: "Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo. Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio [NON CALCESTRUZZO!], il quarto di smeraldo, il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l'ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l'undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente "(Ap.XXI, 18-21).
E inoltre: "sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d'Israele. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell'Agnello"(Ap.XXI 12,14).
Dove sono gli angeli e gli apostoli, dove i "nomi" e i "basamenti" della storia della Chiesa universale e della Chiesa locale? Dove sono i Santi che hanno edificato nei secoli quel tempio spirituale che è la comunità cristiana di Foligno? Dove sono i segni della devozione secolare del popolo cristiano?
Fuksas ignora il dogma della "Comunione dei Santi" (oltre a quello dell'Incarnazione, ovviamente). Un certo risalto è stato dato alla notizia che -bontà loro!- l'aula di culto è stata adornata d'una "artistica" Via Crucis (il fatto che sia opera pregiatamente "artistica" vuol dire che il manufatto non promuoverà affatto la devozione alla salutifera Passione di Nostro Signore).

Ben si esprime il sempre encomianilmente "orrido" Langone (anche se non si firma lo stile è encomiabilmente e orridamente il suo):
"...il cubo di Fuksas è in esplicita polemica con il Vangelo, il Catechismo della Chiesa Cattolica, l’Ordinamento del Messale Romano, il magistero di Papa Benedetto XVI. Scusate se è poco.
Il suo minimalismo «fa scappare l’anima», come dice il filosofo James Hillman. La carenza di immagini si configura come un boicottaggio all’Incarnazione, il concetto cruciale di Dio che si fa uomo, di Dio presente. Qui invece Dio è assente, lontanissimo, invisibile, e infatti se stessi parlando di una moschea, e se al posto del vescovo venisse inaugurata da un imam, l’intera faccenda avrebbe più senso (l’islam non tollera che Dio venga raffigurato, al contrario del cristianesimo che lo esige). Il cubo di Foligno sembra la versione ingrossata e grigiastra della Kaaba, luogo sacro islamico, meta dei pellegrinaggi alla Mecca. Sembra e magari lo è.
Sapete come fanno le archistar? Quando le idee scarseggiano e l’ispirazione langue il progetto bocciato da un committente viene riciclato altrove. Basta cambiargli nome e qualche gonzo lo si trova sempre. Meglio se è un gonzo cieco, o almeno ipovedente, impossibilitato a notare alcuni difettucci. Ad esempio: il Crocifisso che fine ha fatto?
Un cubo è un cubo e un cubo, senza un Crocifisso, non una chiesa. E nel cubo di Foligno il Crocifisso non si vede, per l’appunto. [...] Fuksas è riuscito a erigere un tempio a se stesso e al nulla. Non per niente l’architetto romano viene confidenzialmente chiamato Fuffas. [...] Dove passa Fuksas non cresce più l’erba e purtroppo non sono più i tempi di Leone Magno che fermò Attila sulle rive del Mincio mostrandogli la Croce. Il nostro amato Papa Benedetto è un grande teologo e un grande liturgo ma per troppa mitezza non ha ancora tirato le orecchie a certi burocratini della Cei, che per farsi belli ai convegni affossano la devozione.
Volete i nomi? Eccone uno, don Giuseppe Russo, responsabile nazionale dell’edilizia di culto, grande sponsor (coi soldi nostri) del cemento di Fuksas e degli altri architetti nichilisti che disseminano le periferie italiane di cattedrali dell’apostasia, luoghi somiglianti a banche, a Ikee, a multisale, a palasport, ad aeroporti, a bowling, a qualsiasi cosa tranne che a una chiesa.
Mai un campanile, ad esempio.
Impossibile che l’aggiornatissimo don Giuseppe non abbia letto l’importante rivista di architettura in cui il cubo di Foligno ancora in gestazione veniva definito, per elogiarlo, «criptico, chiuso, astratto». Quindi non lo si può perdonare, sapeva benissimo quello che stava commissionando.
«Criptico, chiuso, astratto» non sono aggettivi compatibili con un edificio del culto cattolico, per sua natura aperto, cordiale, rivolto a tutti. Sono invece perfetti per descrivere una loggia massonica, un carcere di massima sicurezza, un impianto per la cremazione dei cadaveri."
(Il Giornale ; domenica 26 aprile 2009)

domenica, aprile 26, 2009

Gran Rabbi nato /9

Ovvero: "Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno"
(Mt.VI,9-10a)

L'Avvenire nelle sue pagine culturali di domenica 26 aprile 2009 proprone ampli stralci del lucido intervento del Cardinal Ratzinger intorno al -sempre foriero di polemiche- tema sul corretto rapporto di mutua e reciproca collaborazione tra cattolici ed ebrei.
In una nota per la pubblicazione del testo della conferenza, tenuta a Gerusalemme nel febbraio 1994 al simposio interreligioso "Molte religioni un’unica Alleanza", il Cardinale Razinger poi commenterà che il proprio argomentare aveva sorpreso l'uditorio interreligioso:
"Solo più tardi compresi che l’incontro non era propriamente dedicato al dialogo religioso tra cristiani ed ebrei, ma doveva trattare la questione di come esercitare una guida religiosa in un mondo secolarizzato. Dal momento però che la questione dei fondamenti non poteva essere messa del tutto da parte, parve sensato che io mi attenessi alla mia traccia originaria".


«[...] Pur sapendo che Auschwitz è la terrificante espressione di un’ideologia che non si limitava a volere la distruzione dell’ebraismo, ma che odiava l’eredità ebraica anche nel cristianesimo e cercava di cancellarla, dinanzi a eventi di questo genere resta la domanda sulle ragioni della presenza nella storia di tanta ostilità tra coloro che, invece, avrebbero dovuto riconoscere la propria affinità in forza della fede nell’unico Dio e della professione della sua volontà.
Questa ostilità proviene forse proprio dalla fede dei cristiani, dalla "essenza del cristianesimo", così che per giungere a una vera riconciliazione bisognerebbe di necessità astrarre da questo nucleo e negare il contenuto centrale del cristianesimo?

Si tratta di una ipotesi che, dinanzi agli orrori della storia, è stata formulata negli ultimi decenni proprio da alcuni pensatori cristiani. Ma allora la professione di fede in Gesù di Nazareth come figlio del Dio vivente e la fede nella croce come redenzione dell’umanità implicano necessariamente una condanna degli ebrei per la loro ostinazione e cecità, in quanto colpevoli della morte del figlio di Dio?

Davvero le cose stanno così, quasi che il nucleo stesso della fede cristiana porti all’intolleranza, anzi all’ostilità nei confronti degli ebrei e che, al contrario, l’auto-considerazione degli ebrei, la difesa della loro dignità storica e delle loro convinzioni più profonde esiga da parte dei cristiani la rinuncia al centro stesso della propria fede, e dunque una rinuncia alla tolleranza?
Il conflitto è insito nella natura più intima della religione e può essere superato solo con il suo abbandono?

In questa sua drammatica acutizzazione il problema si pone oggi ben al di là di un dialogo puramente accademico tra le religioni, coinvolgendo le scelte fondamentali di questo momento storico.
Si cerca spesso di sdrammatizzare il problema presentando Gesù come un maestro ebreo che, nella sostanza, non si è di molto scostato da quel che era concepibile nella tradizione giudaica. La sua uccisione dovrebbe allora essere intesa nel quadro delle tensioni tra giudei e romani: in effetti, la sua condanna a morte fu eseguita secondo modalità che l’autorità romana riservava alla punizione dei ribelli politici.
La sua esaltazione come figlio di Dio sarebbe quindi avvenuta in seguito, nel quadro del contesto culturale ellenistico, e la responsabilità della sua morte in croce sarebbe stata trasferita dai romani ai giudei proprio in considerazione della situazione politica dell’epoca.
[...] Tuttavia letture di questo genere non parlano del Gesù delle fonti storiche, ma costruiscono un Gesù nuovo e differente; relegano nell’ambito mitico la fede storica della Chiesa in Cristo. Egli appare così come un prodotto della religiosità greca e di particolari interessi politici nell’impero romano. In tal modo, però, non si rende ragione della serietà della questione, semplicemente ci si ritrae da essa.

Resta allora la domanda: può la fede cristiana, senza perdere il suo rigore e la sua dignità, non solo tollerare l’ebraismo, ma accoglierlo nella sua missione storica?
Può esserci vera riconciliazione senza abbandono della fede oppure la riconciliazione è legata a una simile rinuncia?

Per rispondere a questa domanda non voglio esporre le mie riflessioni, ma piuttosto cercare di mostrare quale sia la posizione del Catechismo della Chiesa cattolica edito nel 1992.
Questo libro fu pubblicato dal magistero della Chiesa come espressione autentica della propria fede; allo stesso tempo, proprio avendo davanti agli occhi Auschwitz e il compito lasciato dal Vaticano II, la questione della riconciliazione vi è affrontata come intimamente connessa alla questione stessa della fede. [...]
Non c’è nulla di tanto discusso quanto la questione del Gesù storico. Il Catechismo, come libro della fede, muove dalla convinzione che il Gesù dei Vangeli è l’unico Gesù autenticamente storico.

Qui ci occuperemo in particolare del capitolo centrale su Gesù e Israele, che è fondamentale anche per l’interpretazione del concetto di regno di Dio e per la comprensione del mistero pasquale. Ora, sono proprio i temi della Legge, del Tempio, dell’unicità di Dio a portare in sè tutta la carica esplosiva delle lacerazioni ebraico-cristiane.
È possibile comprenderli in maniera storicamente corretta, coerente con la fede e nel primato della riconciliazione?

A dare di farisei, sacerdoti e giudei un’immagine generalmente negativa non sono state solo le prime interpretazioni della storia di Gesù. Proprio la letteratura liberale e moderna ha riportato in auge il cliché delle contrapposizioni: farisei e sacerdoti vi compaiono come sostenitori di un rigido legalismo, come rappresentanti della legge eterna del potere costituito, delle autorità religiose e politiche, che impediscono la libertà e vivono dell’oppressione altrui.
In linea con queste interpretazioni ci si pone a fianco di Gesù e si ritiene di continuare la sua battaglia, impegnandosi contro il potere clericale nella Chiesa e contro l’ordine stabilito nello Stato. Le immagini del nemico di certe battaglie moderne per la libertà si confondono con le immagini della storia di Gesù e tutta la sua storia è in fondo interpretata, in tale prospettiva, come una battaglia contro il dominio dell’uomo sull’uomo mascherato dalla religione. Se Gesù dev’essere visto così, se la sua morte va intesa in un contesto del genere, il suo messaggio non può essere la riconciliazione.

È di per sè chiaro che il Catechismo non condivide questa ottica. Per tali questioni esso si attiene soprattutto all’immagine di Gesù del Vangelo di Matteo e vede in Gesù il Messia, il più grande nel regno dei cieli; come tale egli si sapeva obbligato a «osservare la Legge, praticandola nella sua integralità fin nei minimi precetti» (578).
Il Catechismo collega dunque la particolare missione di Gesù alla sua fedeltà alla Legge; vede in lui il Servo di Dio, che porta davvero il diritto (Is 42,3) e diventa perciò «Alleanza del popolo» (Is 42,6; Catechismo 580). Il nostro testo è dunque molto lontano dai superficiali tentativi di armonizzazione della storia di Gesù carica di tensioni. E anziché interpretare il suo cammino in modo superficiale, nel senso di un presunto attacco profetico al rigido legalismo, cerca di far emergere la sua autentica profondità teologica. Lo si vede chiaramente nel passo che segue: «Il principio dell’integralità dell’osservanza della Legge, non solo nella lettera ma nel suo spirito, era caro ai farisei. Mettendolo in forte risalto per Israele, essi hanno condotto molti ebrei del tempo di Gesù a uno zelo religioso estremo. E questo, se non voleva risolversi in una casistica 'ipocrita', non poteva che preparare il popolo a quell’inaudito intervento di Dio che sarà l’osservanza perfetta della Legge da parte dell’unico Giusto al posto di tutti i peccatori» (579).
Questo pieno adempimento della Legge implica che Gesù prenda «su di sé "la maledizione della legge" (Gal 3,13 ), in cui erano incorsi coloro che non erano rimasti fedeli "a tutte le cose scritte nel libro della Legge" (Gal 3,10)» (580).
La morte in croce trova così una spiegazione teologica a partire dall’intima solidarietà con la Legge e con Israele; in questo contesto il Catechismo pone un legame con il giorno dell’Espiazione e intende la morte di Cristo come il grande evento espiativo-conciliativo, come piena e completa realizzazione di ciò che i segni del giorno dell’Espiazione significano (433; 578).

Con queste affermazioni siamo giunti al centro del dialogo ebraico-cristiano, al decisivo punto nodale tra riconciliazione e lacerazione.
Laddove il conflitto di Gesù con il giudaismo del suo tempo viene presentato in maniera superficialmente polemica, si finisce per derivarne un’idea di liberazione che può intendere la Torah solo come una servitù a riti e osservanze esteriori. La visione del Catechismo porta logicamente a una prospettiva del tutto diversa: «La Legge evangelica dà compimento ai comandamenti della Legge (= della Torah).
Il Discorso del Signore sulla montagna, lungi dall’abolire o dal togliere valore alle prescrizioni morali della Legge antica, ne svela le virtualità nascoste e ne fa scaturire nuove esigenze [...]. Così il Vangelo porta la Legge alla sua pienezza mediante l’imitazione della perfezione del Padre celeste [...]» (1968).

Questa visione di una profonda unità tra l’annuncio di Gesù e l’annuncio del Sinai viene ancora una volta sintetizzata con riferimento a un’affermazione neotestamentaria, che non è solo comune alla tradizione sinottica, ma ha un carattere centrale anche negli scritti giovannei e paolini: dall’unico comandamento dell’amore di Dio e del prossimo dipendono tutta la Legge e i Profeti.
Per i popoli l’inclusione nella discendenza di Abramo si compie concretamente aderendo alla volontà di Dio, in cui precetto morale e confessione dell’unicità di Dio sono inseparabili, come risulta particolarmente chiaro nella versione marciana di questa tradizione, in cui il duplice comandamento è espressamente legato allo Shema’ Isra’el, al sì all’unico Dio. All’uomo viene comandato di assumere come criterio la misura di Dio e la sua perfezione.
Con ciò si palesa anche la profondità ontologica di queste affermazioni: con il sì al duplice comandamento l’uomo assolve il compito della sua natura, che è stata voluta dal creatore come immagine e somiglianza di Dio e che, in quanto tale, si realizza nella condivisione dell’amore divino.

Qui, al di là di tutte le discussioni storiche e strettamente teologiche, veniamo a trovarci proprio al cuore della responsabilità presente di ebrei e cristiani dinanzi al mondo contemporaneo.
Questa responsabilità consiste precisamente nel sostenere la verità dell’unica volontà di Dio davanti al mondo e di porre così l’uomo davanti alla sua verità interiore, che è al tempo stesso la sua via. Ebrei e cristiani devono rendere testimonianza all’unico Dio, al creatore del cielo e della terra [...].

Con le riflessioni svolte fin qui[...] Si sono quindi poste le basi per affrontare la questione del rapporto Israele-Chiesa[...]: ebrei e cristiani devono accogliersi reciprocamente in una più profonda riconciliazione, senza nulla togliere alla loro fede e, tanto meno, senza rinnegarla, ma anzi a partire dal fondo di questa stessa fede.
Nella loro reciproca riconciliazione essi dovrebbero divenire per il mondo una forza di pace. Mediante la loro testimonianza davanti all’unico Dio, che non vuole essere adorato in nessun altro modo che attraverso l’unità tra amore di Dio e amore del prossimo, essi dovrebbero spalancare nel mondo la porta a questo Dio, perché sia fatta la sua volontà e ciò possa avvenire in terra così come «in cielo»: «perché venga il Suo Regno».

(© Copyright Avvenire, domenica 26 aprile 2009)

sabato, aprile 25, 2009

ITALIA ANTIQUA

Ovvero: LA GIOVINE ITALIA


"C'è un passo del discorso di Pericle per i caduti del primo anno della guerra del Peloponneso (Thuc.II,43,1) che mi è venuto in mente ripensando alle discussioni, vive in questi giorni, sulla "morte della patria": è l'esortazione ai superstiti ad imitare i caduti e "a guardare con ammirazione, nell'attività di ogni giorno, alla potenza della loro città e a divenirne amanti (erastai)".
La fierezza di un'appartenenza e un amore che rendono capaci di sacrificio sono, da sempre, le componenti del sentimento della patria, che la cultura dominante ha sistematicamente cercato di oscurare in Italia all'indomani della seconda guerra mondiale: hanno facilitato questa operazione culturale la sazietà e il disgusto di una retorica di una retorica magniloquente, miseramente delusa dalle tragiche vicende della guerra, e il carattere recente di una unità politica compiutasi solo nel XIX secolo.

La tradizione di "patria" che gli italiani avevano nella loro cultura prima del Risorgimento era quella ecumenica e imperiale di Roma (ridicolizzata dalla retorica del "ritorno dell'impero sui colli fatali di Roma") e quella dei comuni e delle signorie del medioevo e del rinascimento. Ciò non significa però che, prima di divenire un'unità politica, l'Italia fosse solo "Un'espressione geografica"; al contrario, assai prima dell'unificazione politica, nell'antichità come nel Medioevo, l'Italia aveva assunto, come comunità di popoli uniti da valori comuni, una precisa identità affettiva.

Limitato originariamente alla Calabria ed esteso nel IV secolo a.C. a tutta l'Italia meridionale, il nome di Italia copre nel III secolo a.C. l'intera penisola: esso compare per la prima volta durante la guerra annibalica nei Libri Sibillini nella forma di Terra Italia , come trasposizione del concetto di Terra Etruria dei Libri Rituales e del cippo di Perugia*, ed ha valore soprattutto sacrale, assimilando l'Italia, per alcuni riti e cerimonie all'ager Romanus e a Roma stessa.
Solo dopo la guerra sociale e la concessione della cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell'Italia, l'assimilazione dell'Italia a Roma non più soltanto religiosa ma anche politica e giuridica, e lo ius terrae Italiae, modellato anch'esso sullo ius terrae Etruriae, assicura la proprietà per diritto divino del territorio soggetto alla limitatio, di cui Giove stesso è l'autore e il dominus ex iure Quiritium, esclusivo, assoluto, perpetuo, diverso dal possesso (non proprietà) che lo stesso cittadino romano può avere di territori provinciali.

Sede dell'imperium domi, del governo civile, non militare (gli eserciti non dovevano -secondo la norma- trovarsi in Italia) l'Italia diventa idealmente il grande pomerium*, lo spazio che definisce il confine, dell'impero: è questa immagine che Dante ricupera nella grande invettiva del VI Canto del Purgatorio, nell'immagine -frutto di un travisamento di pomerium-pomarium comune nel medioevo, dell'Italia "giardino dell'impero".

La cosiddetta "rivoluzione romana" che pose fine alla repubblica e portò all'impero, ebbe come risultato fondamentale la vittoria dell'Italia: la vecchia nobilitas romana circoscritta a poche centinaia di famiglie, fu integralmente rinnovata da uomini provenienti dai municipia e dalle coloniae: per Augusto, l'aspetto più importante deella sua vittoria, quello che lui celebra nella Res Gestae è la coniuratio Italiae * del 31, che portò alla vittoria di Azio, e il consensus Italiae ai comizi del 12 a.C. in cui la sua elezione al pontificato massimo fu votata da gente accorsa "cuncta ex Italia".

Lo studio dei poeti augustei rivela però, in questa integrazione piena dell'Italia nello stato romano, l'esistenza di un antagonismo etnico ancora vivo tra l'Italia centromeridionale, abitata oltre che dai Greci, dalle stirpi osco sabelliche, e l'Italia appartenente all'area culturale etrusca, nella quale Virgilio, come prima di lui Catullo, tendono ad inglobare l'Italia settentrionale. In tutti i poeti augustei le virtù tipiche vetero romane trovano la loro radice nelle antiche virtù italiche, ma, per Orazio si tratta delle virtù delle stirpi osche, della loro tenacia, della loro virilità, della loro durezza in guerra, per Virgilio e per Properzio, della fides e della pietas, della laboriosità, delle virtù familiari, religiose e civili, dell'Italia degli Etruschi, dei sabini, dei latini, alla quale riserva l'epiteto di fortis. Egli cerca però anche di smorzare il contrasto e vede nella Roma augustea la forza capace di operare la sintesi.

Questa unità nella complessità e nella differenza realizzata nell'Italia antica dalla Roma imperiale viene confermata e rinnovata, nonostante le diverse vicende politiche delle varie popolazioni, dal cristianesimo che trova ancora in Roma il suo centro universalizzante; la sintesi mirabile tra l'eredità classica e quella cristiana ripropone, molti secoli prima dell'unità politica, quell'identità religiosa, culturale, morale che costituisce nei secoli l'identità italiana. Distruggere questa identità, oscurandone la tradizione, come si sta facendo con i programmi di storia e come si fa ormai da molti anni nella scuola italiana, sacrificando la lettura della grande letteratura del passato e dei classici alla imposizione ossessiva di autori contemporanei spesso deprimenti, è privare le nuove generazioni di quella fierezza di un'appartenenza che non è orgoglio nazionalistico, ma coscienza delle proprie radici, senza la quale l'accoglienza del diverso diventa succube accettazione."

di MARTA SORDI ("Alle Radici dell'Occidente"; Marietti,2002)

venerdì, aprile 24, 2009

SPES AEDIFICANDI, II

Da un articolo di Inos Biffi sull'Osservatore Romano del 26 Marzo 2009, ovvero: L'elogio e l'ammirazione dell'edilizia di culto e dell'arte sacra frutto della Controriforma borromaica testimoniata dalle lettere di John Henry Newman, considerato il "padre" ispiratore del Concilio Vaticano II


Newman soggiornò a Milano, insieme con Ambrose St. John, durante il suo viaggio verso Roma. Arrivò il 20 settembre del 1846 dal passo del Sempione, in tempo per la messa in duomo: più volte egli registra nel suo diario di aver sentito messa in duomo o presso la tomba di san Carlo.
Il 18 ottobre, festa della Dedicazione della Cattedrale, annoterà d'aver preso parte alla "Messa solenne in Duomo, dove si tiene una grande funzione con indulgenza plenaria" e di aver visitato "alla sera l'oratorio di san Carlo"; lo stesso giorno farà sapere: "Siamo appena tornati dal Duomo dove c'è stata una grande funzione, compresa la solenne Messa pontificale nella celebrazione della dedicazione della chiesa di san Carlo. La giornata è molto piovosa, ma l'area della chiesa era gremita da cima a fondo". Subito il 21 settembre Newman visita la basilica di sant'Ambrogio. Il 23 settembre, dopo una prima disagiata sistemazione presso un non confortevole hotel Garni, si trasferirà presso san Fedele [...].

La prima lettera scritta da Milano, il 24 settembre, contiene un grande elogio per la chiesa di San Fedele:
"È in stile greco o palladiano. Temo che lo stile architettonico mi piaccia più di quanto alcuni dei nostri amici di Oscott e di Birmingham approverebbero. La luminosità, la grazia e la semplicità dello stile classico sembra si addica meglio a rappresentare Santa Maria o San Gabriele che non qualsiasi realtà in stile gotico. È sempre un sollievo dello spirito, e una sua elevazione, entrare in una chiesa come San Fedele. Essa ha un aspetto così dolce, sorridente, aperto - e l'altare è così grazioso e attraente - che spicca così che tutti lo possono vedere e avvicinarvisi. Le alte colonne di marmo levigato, le balaustre marmoree, il pavimento di marmo, le immagini luminose, tutto parla la stessa lingua. E una volta leggera corona l'insieme. Ma forse io seguo la tendenza delle persone anziane, che hanno visto abbastanza cose tristi da ritenersi dispensate da una tristezza espressamente e intenzionalmente voluta - e come i giovani preferiscono l'autunno e i vecchi la primavera, i giovani la tragedia e i vecchi la commedia, così, nel cerimoniale religioso, io lascio che i giovani preferiscano il gotico, una volta che tollerino la mia debolezza che chiede l'italiano.
È così riposante e gradevole, dopo le torride vie, entrare in questi interni delicati, benché ricchi, che fanno pensare ai boschetti del paradiso o a camere angeliche".

E in un'altra lettera: "C'è nello stile italiano una tale semplicità, eleganza, bellezza, chiarità - implicate, credo, nella parola "classico" - che mi sembrano convenire al concetto di angelo e di santo. Potrei percorrere per tutto un giorno questa bella chiesa col suo altare sorridente e seducente, senza stancarmi. E poi essa è così calma che è sempre un riposo per lo spirito entrarvi. Nulla si muove se non la lontana lampada scintillante che segnala la presenza della nostra Vita immortale, nascosta ma sempre attiva, pur essendo entrata nel suo riposo".
Aggiunge Newman: "È davvero stupendo vedere questa divina Presenza che dalle varie chiese quasi guarda fuori nelle strade aperte, così che a S. Lorenzo abbiamo veduto che la gente si levava il cappello dall'altra parte della strada quando passava".
Con le chiese, infatti, è la pietà dei milanesi a suscitare in Newman la più viva ammirazione: "Nella città di sant'Ambrogio - osserva - uno comprende la Chiesa di Dio più che non nella maggior parte degli altri luoghi, ed è indotto a pensare a tutti quelli che sono sue membra. E inoltre non si tratta di una pura immaginazione, come potrebbe essere trovandosi in una città di ruderi o in un luogo desolato, dove una volta dimoravano i Santi - c'è invece qui una ventina di chiese aperte a chi vi passi davanti, e in ciascuna di esse si trovano le loro reliquie, e il SS.Sacramento preparato per l'adoratore, anche prima che vi entri. Non v'è nulla che mi abbia mostrato in maniera così forte l'unità della Chiesa come la Presenza del suo Divin Fondatore e della sua Vita dovunque io vada".

Aggiunge: "Le chiese sono molto sfarzose. Il Duomo è tutto di marmo. Qui il marmo è praticamente il materiale ordinario delle chiese - e ancora più comune è il granito. Il granito proveniente dal Lago Maggiore sembra essere stato in uso da tempo immemorabile".
Un giorno comunica: "Come sta diventando buio, benché ora siano le 6. Faccio fatica a vederci. Il Duomo è l'edificio più incantevole che mai abbia visto. Se si va per la città, i suoi pinnacoli assomigliano a neve luminosa contro il cielo blu. Siamo stati due volte sulla sua cima, dalla quale appaiono belle le Alpi, specialmente il Monte Rosa".

In particolare Newman è impressionato dal duomo come luogo di devozione e ne parla abitualmente nelle sue lettere. La partecipazione alle assemblee liturgiche del Duomo di Milano gli rivelano che cosa sia "la liturgia come fatto oggettivo":
"Una Cattedrale Cattolica - scrive - è una specie di mondo, ciascuno dei quali si muove intorno alla propria attività, solo che questa è di tipo religioso; gruppi di fedeli o fedeli solitari - in ginocchio o in piedi - alcuni presso le reliquie, altri presso gli altari - che ascoltano messa e fanno la comunione - flussi di fedeli che si intercettano e si oltrepassano a vicenda - altare dopo altare accesi per la celebrazione come stelle nel firmamento - o la campana che annuncia ciò che sta incominciando nei luoghi sottratti al tuo sguardo - mentre nel contempo i canonici in coro recitano le loro ore di mattutino e lodi o vespri, e alla fine l'incenso sale a volute dall'altare maggiore e tutto questo in uno degli edifici più belli del mondo, e ogni giorno - alla fine senza esibizione o sforzo alcuno, ma come ciò che ciascuno è solito fare - ciascuno occupato al proprio lavoro, così come lascia l'altro al suo".
[...]
Egli ripeterà, scrivendo ai suoi amici d'Inghilterra: "È una benedizione così grande quella di poter entrare, quando camminiamo per la città, nelle chiese - sempre aperte con larga e generosa gentilezza - piene di preziosi marmi da ammirare, di reliquiari, di immagini e di crocifissi, tutti disponibili al passante che voglia personalmente inginocchiarvisi accanto - dappertutto il SS. Sacramento, e abbondanti indulgenze".

"È meraviglioso andare nella chiesa di Sant'Ambrogio - dove si trova il suo corpo - e inginocchiarsi presso le sue reliquie, che sono state così portentose, e di cui io ho sentito e letto più che di ogni altro Santo fin da quando ero ragazzo. Sant'Agostino qui si è convertito! Qui venne anche santa Monica a cercarlo. Sempre qui, nel suo esilio, venne il grande Atanasio per incontrare l'Imperatore. Quanta tristezza quando dovrò partire!"; "Io non sono mai stato in una città che mi abbia così incantato - scriverà alla sorella l'ultimo giorno di permanenza a Milano: stare davanti alle tombe di grandi Santi come sant'Ambrogio e san Carlo e vedere i luoghi dove sant'Ambrogio ha respinto gli Ariani, dove santa Monica montò la guardia per una notte con la "pia plebs", come la chiama sant'Agostino, e dove lo stesso sant'Agostino venne battezzato.
Le nostre più vecchie chiese in Inghilterra non sono nulla quanto ad antichità rispetto a quelle di qui, e a quel tempo le ceneri dei Santi sono state gettate ai quattro venti. È cosa così grande essere dove i "primordia", la culla, per così dire, del cristianesimo continuano ad esserci".

Per Newman dire il duomo è dire "il grande san Carlo", e di san Carlo egli parla diffusamente con i suoi corrispondenti, raccontando della sua vita e della sua morte, della sua estrema austerità, delle sue opere e del significato della sua azione nella Chiesa, che ben conosceva. Si intrattiene sulla "grandezza impressionante di san Carlo", che "fino ad oggi - dice - è proprio la vita" di Milano: "Nonostante ogni sorta di male, di genere politico o altri; nonostante la mancanza di fede e altri cattivi spiriti del giorno, c'è un'intensa devozione per san Carlo. E la disciplina del clero è sostenuta dalle sue norme in modo più esatto di quello che noi abbiamo trovato in Francia o di quanto lo sia a Roma"; "Tu vedi i suoi ricordi da ogni parte - il crocifisso che fece cessare la peste quando egli lo portò lungo le vie - la sua mitra, il suo anello - le sue lettere. Soprattutto le sue sacre reliquie: Ogni giorno si celebra la Messa presso la sua tomba.
Egli fu suscitato per opporsi a quella terribile burrasca sotto la quale è caduta la povera Inghilterra, e come ai suoi giorni egli ha salvato il suo paese dal Protestantesimo e dai suoi mali collaterali, così noi stiamo tentando di fare qualche cosa per opporci a simili nemici della Chiesa in Inghilterra e quindi non posso che aver fiducia che egli farà qualche cosa per noi lassù, dove è potente, questo benché noi siamo da una parte delle Alpi e egli sia appartenuto all'altra. Così io confido, e la mia mente fu colma di lui, al punto che mi sono persino sognato di lui - e noi vi andiamo la maggior parte dei giorni e ci inginocchiamo presso le sue reliquie"
[...]. (©L'Osservatore Romano - 26 marzo 2009)

giovedì, aprile 23, 2009

SPES AEDIFICANDI

Sive: SANCTAE ROMANAE ECCLESIAE


Il 7 marzo 2009 l' Eminentissimo Roger Cardinal Mahony Arcivescovo della citta di Nostra Signora "de Los Angeles" -noto certamente non per essere un simpatizzante dei tradizionalisti- ha presieduto la celebrazione eucaristica per la consacrazione dell'altare e la dedicazione a Our Lady of the Most Holy Trinity della "nuovissima" cappella della Università californiana "Thomas Aquinas College".

L'iscrizione latina "Domina Nostra Santissimae Trinitatis" decora la trabeazione della facciata della cappella, costruita nel Nuovo Mondo e consacrata nel Terzo Millennio, che appare esteriormente vagamente affine allo stile delle chiese della California sotto lo scettro spagnolo.
La pianta della chiesa è la più classica delle croci latine, con una bassa cupola al centro del presbiterio. L'interno, a tre navate divise da quattordici colonne corinzie monolitiche di marmo di Botticino (lo stesso marmo bresciano del nostro Altare della Patria), nel complesso si ispira assai scopertamente allo stile rinascimentale e brunelleschiano sobrio ed elegante delle basiliche fiorentine di San Lorenzo e di Santo Spirito.
Il pavimento è decorato con gli stemmi papali realizzati con intarsi marmorei; il soffitto a volta a botte; il presbiterio termina con una armoniosa abside. Il neobarocco baldacchino con le immancabili colonne tortili (pedissequa imitazione berniniana) al centro del transetto, e sotto la cupola, è un esplicito e rimarcato omaggio al tempio simbolo della cattolicità.
Or dunque: una "aula liturgica" dove un cattolico del secolo XXI, venuto al mondo in quella autentica Babilonia postmoderna che è Los Angeles, ha la grazia di pregare molto più a proprio agio e con molta più fede nella bontà di Dio, e con assai maggior fiducia dell'autorità della Santa Chiesa Romana, rispetto agli sventurati fedeli delle periferia della diocesi del papa, condannati ad andare a messa in "nuove" chiese come quella, ad esempio, del "Padre Misericordioso" di Tor Tre Teste progettata dal celeberrimo architetto Richard Meier e fortissimamente voltuta dal Vicariato quale opera celebrativa del Giubileo del 2000, davvero senza misericordia per i fedeli della periferia romana.








martedì, aprile 21, 2009

CASTRUM DOLORIS, XXI

Sive: DEVOTIO MODERNA


E' ormai una vecchia litania, forse meglio dire una, più volte percorsa, Via Crucis quella in cui si cade contemplando le nuove chiese edificate nelle anonime periferie delle città scristianizzate dell'Occidente!

In un articolo (sul quotidiano "Libero" del 18.04.09) a firma di Caterina Maniaci le definisce, queste "aule di culto" post-moderne:
"Pompose, troneggianti come cattedrali nel deserto, costosissime e praticamente vuote: sono le chiese costruite oggi, soprattutto in Italia. Quelle sorte nelle periferie, come la celeberrima chiesa di Dio Padre Misericordioso nel quartiere di Tor Tre Teste a Roma. Ma non solo in periferia: basti ricordare la nuova chiesa a San Giovanni Rotondo, dedicata a San Pio, progettata nientedimeno che da Renzo Piano. Eppure, quasi tutti i pellegrini, dopo un frettoloso passaggio, corrono a riempire il vecchio ma rassicurante santuario, a pochi metri di distanza.
Insomma, le nuove chiese non piacciono, assomigliano a piscine, hangar, cantine, auditorium, a tutto tranne che a chiese, si lamentano i fedeli, che perlopiù si sentono respinti dalla loro freddezza, dalla quasi totale mancanza di immagini, quasi fosse tornato una sorta di diktat iconoclastico, o di vezzo veteroprotestante. Ma intanto si continuano a costruire così. Allora che fare? Con quali criterio ripensare le chiese del nuovo millennio?
Gli interrogativi ritornano in occasione di Koinè, la rassegna internazionale di arredi, oggetti liturgici e componenti per l’edilizia di culto [...]. Un’edizione importante, quella del 2009, perché coincide con i vent’anni di vita di questo appuntamento, ormai un vero punto di riferimento del settore. Nelle giornate di studio, un argomento in agenda è proprio la progettazione di nuove chiese e l’inventario dei beni culturali ecclesiastici..."


Koinè ovvero: "Rassegna Internazionale di arredi, oggetti liturgici e componenti per l'edilizia di culto" (e di tutto quanto fà spettacolo) è organizzata nella città e dalla diocesi di Vicenza. Essendo in Italia la principale fiera campionaria di moda "pretre-a-portè" è il palcoscenico adatto per vedervi rappesentati i gusti postconciliari degli italici vescovi e liturgisti nel campo dell'arte sacra.
Le pagine culturali che il quotidiano dei vescovi ha dedicato alla ventesima kermesse del modernariato liturgico avevano di già destato la lucida perfidia dell'orrido Camillo Langone che sul sempre "clerical-chic" Foglio del 17 Aprile 2009 così si angustiava:
"Che succede ad Avvenire? Il direttore Boffo ha perso il controllo delle pagine interne? Il quotidiano dei vescovi ha incredibilmente dedicato uno speciale alla rassegna di arte sincretica, cristo-satanista, che apre domani a Vicenza. Puzza di zolfo, la pubblicità della ditta Cibiemme: una grande foto per vantarsi di produrre panche senza inginocchiatoi. In redazione nessuno ha mai letto “Introduzione allo spirito della liturgia” di un certo Joseph Ratzinger? “L’incapacità a inginocchiarsi appare addirittura come l’essenza stessa del diabolico”.
Sempre Avvenire dà voce ad alcuni inquietanti personaggi vestiti di nero che si aggirano ai margini della rassegna vicentina: sembra che siano i finanziatori dei templi gnostici, ostili all’Incarnazione, costruiti da Mario Botta a Torino, da Renzo Piano a San Giovanni Rotondo, da Richard Meier e Pietro Sartogo a Roma. Che Boffo svolga un’indagine interna, individui i responsabili e neutralizzi immediatamente quei figli di streghe."


L'orrido Langone il cui fervore estetico se vuol confortarci sulla dolorosa via della chiesa di periferia, non potrà aver alcun effetto lenitivo di fronte ad un'inteligentzia clericale che fortissimamente vuole nuove chiese che siano forzatamente lontane da ogni possibile prototipo di "aula liturgica" realizzato nei due millenni precedenti.
Per dirla con le parole della giornalista Caterina Maniaci: "Diciamolo francamente, c’è di che disperarsi per lo stato dell’arte."

Nel medesimo articolo, l'analisi dell'impasse attuale dell'arte sacra:
«La verità che è esistono tre “fazioni”, se così si possono definire, dentro la Conferenza episcopale italiana», spiega Ciro Lomonte, architetto, specializzato nell’architettura per il culto e nell’arte sacra, autore di saggi e pubblicazioni sul tema, «ossia i “modernisti”, o meglio i progressisti, i più diffusi nella Cei, che scelgono e promuovono a pieni voti i progetti più sensibili alle mode contemporanee, e individuano nella chiesa di Meier, in quella di Piano dedicata a Padre Pio, o quella di Gesù Redentore a Modena progettata da Mauro Galantino, modelli da seguire e divulgare».
Modelli costosi e poco agevoli: la chiesa a Tor Tre Teste è costata più di 25 milioni di euro, è calda d’estate e fredda d’inverno, l’impianto di climatizzazione non si può usare perché si porterebbe via quasi tutto il bilancio parrocchiale.
«Poi ci sono i “tradizionalisti”», prosegue l’architetto Lomonte, «che però in Italia non hanno praticamente seguito, mentre sono molto diffusi e apprezzati negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, dove si sono costruite, e si continuano a costruire, chiese a imitazione del gotico, del rinascimentale, dello stile coloniale spagnolo, con effetti che talvolta sfiorano anche il ridicolo».

Esiste anche una “terza via”, «una strada tutta da sperimentare, molto complessa, di cui io stesso sono un fautore, e che prevede il recupero della tradizione non come mera copia passiva, ma “rimeditata”, nell’attenzione alla dignità e alla bellezza oggettiva, grazie anche alla valorizzazione della nostra straordinaria passione artigianale».

Ma se si potessero fare degli esempi positivi più recenti...
«Bisogna tornare indietro di un bel po’, agli inizi del Novecento, ad Antonio Gaudí e alla sua Sagrada Familia, a Barcellona, o alle opere dello sloveno Josef Plečnik, più o meno dello stesso arco temporale».
Niente di più vicino a noi?
«Niente. E questo fa pensare. Nella Chiesa esiste una “minoranza” che continua a imporre un modello di edificio di culto ispirato ad una sorta di meditazione orientaleggiante, o ai templi massonici, con le statue e le immagini fuori posto, o del tutto assenti».
Come assenti sempre più rischiano di essere i fedeli, dentro queste chiese.
"

sabato, aprile 18, 2009

Ermeneutica della Continuità


Ovvero: Pericope dalla "Introduzione" della agiografica vita del Sommo Pontefice Innocenzo XI scritta della divota penna di Giorgio Papasogli nel 1956 nell'occasione dalla beatificazione del Papa Odescalchi ["in devoto filiale omaggio" dedicata: "A Pio XII pontefice felicemente regnante" dal Banco di Roma che ne curò "la stampa di questo volume esaltazione del pontefice riformatore Innocenzo XI provvidamente addestrato fin dalla giovinezza alla retta scienza ed arte economica elevato oggi all'onore degli altari. Ottobre MCMLVI"]:

"Innocenzo XI vivrà e si formerà sotto i pontificati di Paolo V, Gregorio XVI, Urbano VIII, Alessandro VII, Clemente IX, Clemente X; alla scuola di questi pontefici avrà modo di ammirare e di studiare, di conoscere i pericoli, gli inconvenienti, ed anche il modo di evitare gli uni e gli altri: e quanto più il lievito misterioso delle circostanze lo condurrà in alto, nelle vicinanze dei Successori di Pietro, tanto più limpidamente e profondamente egli potrà osservare ed imparare. E quando dovrà lui stesso, nonostante la sua umiltà e la sua profonda ritrosia, prendere il timone per il più arduo pilotaggio, che sia concesso a mano d'uomo, si troverà preparato dal punto di vista dell'esperienza umana, e ancor più dall'affinamento interiore che la grazia di Dio gli avrà concesso di conseguire.
Verrà allora il momento in cui i cattolici vedranno il nuovo Capo della Chiesa impegnarsi in una molteplice attività riformatrice di tutti i grandi motivi della Controriforma: e gli avversari del cattolicesimo o anche soltanto i contravventori dei diritti ecclesiastici si troveranno di fronte a un baluardo di eccezionale solidità.

Queste riflessioni ne suggeriscono altre di carattere attuale e non meno stringente. Nessuna generazione, forse, potrà capire meglio di quanto noi possiamo farlo, il significato e la genuina portata del pontificato d'Innocenzo XI. Perché anche noi assistiamo oggi [1956, ndr] a un movimento di miglioramento limpidamente pensato e disegnato che investe tutti gli aspetti della Chiesa di Cristo. Proprio noi, uomini del nostro tempo, ci sentiamo presi da particolari responsabilità per l'attuazione di un mondo migliore, ed è questa costatazione che fa sorgere nella nostra mente quasi uno sciame di nuovi raffronti e di gravi domande.
Non è forse ricco di significato il fatto che quest'esigenza di riforma, questa sete che è in ciascuno di noi verso un maggior bene della comunità cristiana, venga oggi espresso dagli stessi uomini i quali la bandirono ieri? E possiamo sicuramente dire dagli stessi, poiché esistono una sopravvivenza spirituale e un'eredità religiosa che sono molto più forti di qualsiasi identità fisica: uomini che percorsero il mondo per portare dovunque il loro annuncio, martiri che suggellarono col sangue, nei vari continenti, il loro impegno di apostolato. Oggi come ieri, sono le falangi inerme della Chiesa, sono gli ordini regolari che - secondo il concetto stesso d'Innocenzo XI - reggono alta la lampada per rischiarare il cammino dell'umanità.
E, se guardiamo ancora più in alto, scorgiamo un Padre che riassume e rinnova in Sé tanti valori, tanti splendori dei grandi pontefici della Controriforma.
Ed ancora una volta, diciamolo pure, ci colpisce una sorprendente affinità di compiti e d'impegni riformatori.

Ecco dunque una serie di costatazioni che ci rivelano la sorprendente attualità del pontificato d'Innocenzo XI. Come parte, diciamo pure come momento culminante della Controriforma cattolica, esso è molto più vicino a noi di quanto in un primo tempo verrebbe fatto di pensare. Perché la Controriforma, pur essendo un movimento particolarmente delimitato, è anche un aspetto dell'immortale travaglio che ferve nella Chiesa di Cristo attraverso i millenni per il raggiungimento della maggior gloria di Dio: in tal senso è dunque, oltre che un fatto storico ben distinto, anche una realtà perenne ed incoercibile, e sotto questo aspetto ci appartiene, come noi apparteniamo ad essa.
"


(G. PAPASOGLI; INNOCENZO XI; Pia Società San Paolo; 1956)

venerdì, aprile 17, 2009

VOS ET IPSAM CIVITATEM BENEDICIMUS

Ovvero: Dedicato a quegli anticattolici che seguono assiduamente Radio Maria per potersi poi stracciare le vesti se il famigerato "Padre Livio", commentando ogni possibile lacrimevole sciagura, ripete l'ovvietà che le disavventure umane fanno parte degli imperscrutabili disegni divini: "Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia comunque benedetto il nome del Signore" sentenziava santo Giobbe.


"Alle ore 5,21 del 28 dicembre 1908, lunedì, ancora al buio e con gran parte della popolazione ancora a dormire, un sisma (uno dei più potenti della storia italiana), che raggiunse i 7,1 gradi della scala Richter (circa 11-12 gradi della scala Mercalli), seguito da un maremoto, sconvolse le coste calabro-sicule con scosse devastanti. Messina vide crollare il 90% degli edifici, e fu praticamente rasa al suolo... Si narra che il giorno precedente alla sciagura fosse stato molto tranquillo, per le strade si respirava un clima di festa e nulla lasciava intuire cosa sarebbe accaduto a breve. A Messina si era trascorsa una serata tranquilla: si festeggiava la festa di Santa Barbara, mentre al Teatro si dava la prima dell'Aida... A Reggio ci si compiaceva del nuovo e moderno impianto di illuminazione stradale elettrico, inaugurato solo il giorno precedente.*"

L'inutile quesito di ripete dopo ogni cataclisma alla contemplazione dello straziante spettacolo della morte e della distruzione: Perché?
Soprattutto un irrazionale senso di colpa attanaglia i sopravvissuti per non essersi resi conto del pericolo imminente, per non aver colto - cioè per non aver voluto cogliere ciò che, solo col senno del poi, appare- la lontana e lugubre eco del battito d'ali dell'incombente angelo steminatore.

Se proprio non è scientificamente prevedibile "il quando" accadrà un terremoto, è però possibilissimo ipotizzare che, ad esempio: una città che nella sua millenaria storia ciclicamente fu distrutta da un sisma, al compiersi dell'ennesimo ciclo (secolare, bisecolare, trisecolare o millenario che sia), subirà una simile, se non medesima ennesima sorte. Forse che gli aquilani del 2009 avevano qualche diritto in più degli aquilani di tre secoli prima (o di sei secoli prima) per non subire il terremoto? Forse che gli abitatori delle falde del Vesuvio, il giorno che il vulcano si risveglierà, avranno diritto a sorte migliore degli antichi abitanti di Pompei ed Ercolano?

Il sacerdote messinese Annibale Maria di Francia (1851- 1927) era lucidamente rassegnato all'ipotesi di essere vittima dell'ennesimo terremoto, poichè la cronicistica storica messinese conserva memoria dello scatenamento di un sisma ogni secolo circa. L'ultimo sisma che aveva distrutto la città di Messina risaliva al 1783.
Erano perciò trascorsi più di cento vent'anni dall'ultimo sisma quando, in occasione del ripetersi di piccole scosse di debole magnitudo, monsignor Di Francia, in un sermone del 15 novembre 1905, nè approfitto per redarguire la popolazione messinese dall'alto pulpito della cattedrale di Messina (quella cattedrale che il terremoto tre anni dopo avrebbe raso al suolo).
Constatando la rilassatezza morale dei fedeli messinesi l'uomo di Dio invitava accoratamente a mettersi al più presto "in grazia di Dio" prima che la ciclica catastrofe si abbattesse improvvisa sullo stetto di Messina e potenzialmente su ognuno di loro. Pertanto, poichè la profezia si addice alla santità, nel processo di canonizzazione di Annibale Maria Di Francia molti testimoniarono che il padre avesse preconizzato il luttuosissimo evento. Ma nessuna divina rivelazione aveva ricevuta San'Annibale, bensì la mera logica lo rendeva consapevole dell'altissimo rischio, essendo già abbondantemente trascoso il secolare intervallo tra una sismica ecatombe e l'altra.

Di quel terremoto del 1908 si son commemorati i cento anni, e mentre stiamo qui ad aspettare di scoprire se ne passeranno altri venti anni prima del prossimo "terremoto di Messina", propongo la lettura della bozza del famigerato sermone in cui il santo messinese vaticinava una Messina sotto la minaccia di castighi*:


"Senza mezzi termini, senza reticenze e timori, io vi dico, o miei concittadini, che Messina è sotto la minaccia dei castighi di Dio: essa non è meno colpevole di tante altre città del mondo che sono state distrutte o dal fuoco o dalle guerre o dai terremoti: deve dunque aspettarsi da un momento all’altro di subire anch’essa la stessa sorte...
Ecco il terribile argomento del mio lacrimevole discorso.

Io comincio da farvi una enumerazione di tutti quei motivi pei quali i castighi del Signore su questa città appariscono alla mia atterrita fantasia quasi inevitabili.
I. Il primo motivo è che i nostri peccati reclamano i castighi di Dio. Presso di noi “peccato” è una parola di poco peso. Lo commettiamo con la massima facilità, ci abituiamo assai naturalmente, arriviamo a bere l’iniquità come acqua e con l’anima piena di peccati e di delitti ridiamo, scherziamo, dormiamo e pensiamo ad acquistarci il ben vivere per peccare ancora di più.
Se qualche volta ci pentiamo, è un pentimento superficiale e momentaneo: ben presto si torna al vomito.
Leggiamo la Sacra Scrittura, interroghiamo la storia di tutti i secoli, e noi troviamo che Dio punisce non solo nell’altra vita, ma anche in questa. Diluvi sterminatori, terremoti distruttori, guerre, epidemie devastatrici, carestie, siccità, mali sempre nuovi e incogniti: tutto dimostra che Iddio castiga severamente i peccati anche in questa vita. Messina ha peccati?
O miei concittadini, rispondetelo voi!
Qui la bestemmia regna sovrana. Qui l’indifferentismo religioso non è poco; qui l’usura, il furto, gli omicidi apertamente, per strada, di giorno. Qui la cattiva stampa. Qui gl’insegnanti atei, le superstizioni sono all’ordine del giorno. Vi è lo spiritismo, vi sono le magherie, vi sono i sortilegi.
In Messina vi è la disonestà divenuta abitudine; vi è l’avarizia e la durezza del cuore per cui si lasciano perire i poveri e il danaro si spende piuttosto nel lusso. Tutti questi peccati gridano al Signore: “Signore, affrettati punisci!”.
II. Un secondo motivo per cui dobbiamo ritenere per certi i castighi di Dio, è che tante altre città a noi vicine hanno già avuto questi castighi, appunto perchè avevano i nostri stessi peccati.
Ora, se Dio punì quelle città che avevano questi stessi peccati, perchè non punirà anche noi? Dio è giusto.
III. I castighi di Dio verranno su di noi perchè abbiamo avuto diversi avvisi e non ne abbiamo fatto caso.
Undici anni or sono, la terra ci tremò sotto i piedi. Dopo 4 anni, il 1898, terremoti: minore fervore. Finalmente 40 giorni fa terremoti. Che si fece? Nulla!
Il popolo, le famiglie rimasero indifferenti!
Ci siamo abituati. Ci sembra che godiamo d’un privilegio d’immunità presso Dio e che possiamo peccare a nostro bell’agio.
Ah, non è così! Tutti questi replicati avvisi non sono che i lampi e i tuoni precursori dell’imminente scoppio dell’uragano!

IV. La nostra storia, fin dall’origine, ci accerta che Messina, quando in un’epoca quando in un’altra, è stata visitata sempre dal divino flagello. Il passato insegna l’avvenire.
Se Iddio per tanti secoli ha fatto così con questa città, perchè deve mutare adesso la sua condotta?
Ed aggiungo che è da molto tempo che Messina è esente dal flagello di Dio. Altra volta non passavano dieci o dodici anni che o la guerra o le epidemie visitavano questa città. Dal 48 all’87 è stata un’alternativa di guerre e di colera. Ma dall’87 a noi, circa 20 anni, completa esenzione da pubbliche e violente calamità. Che significa?
Che Messina da quel tempo ha forse commesso meno peccati di prima? Ah, tutt’altro! Piuttosto significa che quanto Iddio ritarda…
Ma a me sembra che fin da quando io ho preso a dimostravi che i castighi di Dio sono per noi inevitabili, voi abbiate cominciato ad appellarvi alla divina Misericordia.
Adunque tutto ci dà a temere che i castighi di Dio sono già prossimi a piombare sulla nostra città.
Ahimé!
Io sento che tutto in noi e fuori di noi domanda i castighi di Dio.
E noi che facciamo? Noi seguitiamo a chiamare i divini castighi, e provochiamo il Signore che ce li manda.
Mi è occorso più di una volta di sentire con le mie orecchie persone a dire: “Se Dio sapesse fare le cose, manderebbe un terremoto e ci subisserebbe tutti”. Empia parola!
E non è questo uno sfidare la divina collera, perchè ci subissi tutti col terremoto?

E qui non posso nascondervi, fratelli miei, che appunto il terremoto è il flagello col quale io temo che il Signore voglia punirci.
Diverse ragioni di ciò mi persuadono:
1° In primo luogo, regna in Messina tale indifferentismo, tale acquiescenza col peccato, tale noncuranza dei castighi di Dio, che abbiamo bisogno di essere scossi: abbiamo bisogno di un castigo che ci scuota, che ci atterrisca, che ci risvegli! E tale è il terremoto, quando è veramente forte sterminatore!
2° Questo è il flagello che pare abbia preso Iddio attualmente nelle sue mani: questo flagello ha fatto rumoreggiare. E le minacce che ci ha fatte non sono state minacce di guerra ma di terremoti!
3° Perchè il terremoto per quanto è terribile ha però questo di buono, che apporta una conversione generale! È un gran missionario. Si resiste alle prediche. Ma quando ci sentiamo tremare...
4° È da molto tempo che questo flagello in tutto il suo rigore non viene su di noi. L’ultimo che rovinò Messina avvenne nel 1783, vuol dire centoventidue anni fa.
La nostra storia ci fa sapere che dal 1360 in poi vi sono stati in Messina i terremoti quasi ad ogni secolo più o meno. Ora sono passati un secolo e 22 anni dall’ultimo terremoto, ed oggi pare che questa misera città stia aspettando da un momento all’altro la sua rovina!
"

(San'Annibale Maria Di Francia; Appunti di predica, 15 novembre
1905, in Scritti, vol. 55, doc. 2005).

giovedì, aprile 16, 2009

CASTRUM DOLORIS, XX


"4 Luglio 1828. - Abbiamo passato la giornata nella celebre basilica di San Paolo fuori le mura.
Si crede che l'abbia fatta costruire Costantino su una parte del cimitero dove, dopo il martirio, era stato sepolto San Paolo. Nel 386 gli imperatori Valentiniano II e Teodosio ne ordinarono la ricostruzione su una base molto più vasta. Fu compiuta da Onorio; parecchi papi l'hanno restaurata e ornata.

Fra le basiliche le cui navate sono divise da colonne nessuna forse appariva più maestosamente cristiana prima del fatale incendio del 15 luglio 1823. Ora non c'è nulla di più bello, di più pittoresco, di più triste dello spaventoso disordine prodotto dal fuoco; il calore delle fiamme, alimentate dalle enormi travi di legno che sostenevano il tetto, fece spaccare tutta la loro lunghezza la maggior parte delle colonne.

Durante i vent'anni che hanno preceduto l'incendio, ho visto San Paolo come le ricchezze di tutti i re della terra potrebbero rifarlo. L'epoca dei bilanci e della libertà non può più essere quella delle belle arti; una strada ferrata, un ospizio di mendicità valgono cento volte meglio di San Paolo. In realtà queste cose tanto utili non ci danno la sensazione del bello, e ne concludo che la libertà è nemica delle belle arti. Il cittadino di New York non ha il tempo di sentire la bellezza, ma spesso ne ha la pretesa. E ogni pretesa non provoca collera e infelicità? Vedete uno sforzo penoso al posto della sensazione del bello, ciò che non impedisce alla libertà di valere molto più di tutte le basiliche del mondo. Ma non voglio adulare nessuno.

Un tempo, entrando in San Paolo, ci si trovava come in mezzo ad una selva di colonne magnifiche; se ne contavano centotrentadue antiche: Dio sa quanti templi pagani furono profanati per costruire questa chiesa! (...)
Quattro file di venti colonne ciascuna dividevano la chiesa in cinque navate. Fra le quaranta colonne della navata centrale, ventiquattro, d'ordine corinzio, e d'un sol blocco di marmo violetto, furono tolte al mausoleo di Adriano (oggi Castel San'Angelo).
Quanto sarebbe stato meglio per il nostro piacere di oggi che quelle colonne fossero rimaste nel mausoleo di Adriano, che sarebbe oggi la più bella rovina del mondo!
Ma non bisogna accusare di stupidità l'opinione pubblica del 390; allora non si cercavano le stesse sensazioni che cerchiamo noi; abbellire una chiesa era la cosa più importante in uomini pieni di fervore per una religione così a lungo aborrita dai potenti della terra. Da parecchi secoli il senso della sicurezza, era scomparso nelle comunità cristiane, e ogni giorno si era pensato sempre meno alle cose soltanto piacevoli.

Ciò che soprattutto ricordava i primi secoli della Chiesa, e conferiva a un tempo a San Paolo un aspetto eminentemente cristiano, cioè severo e misurato, era l'assenza di soffitto; il visitatore vedeva sopra la sua testa le grosse travature del tetto né nascoste né mascherate. Si era ben lontani dai soffitti dorati di Santa Maria Maggiore e di San Pietro.
Il pavimento era formato da frammenti irregolari presi da qualche antico monumento di marmo. Appena si entrava in chiesa, l'occhio era colpito dal grande mosaico, con figure gigantesche, che si scorgeva dietro l'altare, oltre la selva di colonne; serviva come didascalia per tutto quello che stava intorno, e rivelava all'anima il sentimento che la turbava. Le proporzioni colossali dei ventiquattro vegliardi dell'Apocalisse, e degli apostoli san Pietro e san Paolo che sono al fianco di Gesù Cristo, equivalevano a queste parole: terrore e inferno eterno. Il mosaico è del 440.

Nella basilica si entra per tre grandi porte. Pantaleone Castelli, console romano, fece a Costantinopoli, nel 1070, la grande porta bronzea fusa in parte nell'incendio del 1823.
La chiesa conserva parecchie tracce dei primi tempi del cristianesimo; l'altar maggiore è posto, come quello di San Pietro, a grande distanza dal muro della tribuna (o fondo della chiesa). Il Coro, dove i preti si sedevano presso l'altare, è nascosto agli occhi dei fedeli da un muro con cinque aperture, la principale di fronte all'altar maggiore e le altre alle estremità delle quattro navate laterali. Le navate sono formate dalle quattro file di colonne e dai muri laterali della basilica. Si ritrova a San Paolo il vestibolo esterno, dove si fermavano i fedeli a cui lo stato della loro coscienza interdiceva d'entrare in chiesa.

Qualcosa di misterioso s'è legato nell'animo dei Romani all'incendio di San Paolo, e le persone che amano fantasticare ne parlano con quel cupo piacere così raro in Italia e così frequente in Germania.
Nella grande navata, sul muro sopra alle colonne, c'era la lunga serie dei ritratti di tutti i papi, e il popolo romano vedeva con ansia che non c'era più posto per il ritratto del successore di Pio VII. Di qui le voci sulla soppressione della Santa Sede.
Il venerabile pontefice, che per i suoi sudditi era quasi un martire, era alla fine dei suoi giorni quando scoppio l'incendio di San Paolo, nella notte tra il 15 e il 16 luglio 1823. In quella stessa notte il papa, quasi morente, fu agitato da un sogno che gli rappresentava incessantemente una grande sciagura abbattersi sulla Chiesa. Si svegliò di soprassalto parecchie volte, e domandò se non ci fosse nulla di nuovo. L'indomani, per non aggravare il suo stato, gli tennero nascosta la notizia dell'incendio, ed egli morì poco tempo dopo senza averlo mai saputo.

Alcuni scrittori antichi sostengono che per le travature del tetto di San Paolo furono inviati dei cedri del Libano.
Il 15 luglio 1823 dei poveri operai che lavoravano alla copertura di piombo delle travi, vi misero fuoco con il fornello che serviva al loro lavoro. Quelle enormi assi disseccate durante tanti secoli dal sole ardente fecero scoppiare in lungo e in largo le colonne tra le quali caddero in fiamme, formando un rogo divoratore. Così cessò di esisistere la basilica più antica non solo di Roma ma di tutta la cristianità: era durata quindici secoli [...].


Leone XII ha intrapreso la ricostruzione di San Paolo.
Qualche frase piena di enfasi, nella gazzetta ufficiale del Cracas, ci informa di tanto in tanto che si è fatta venire per San Paolo una colonna di marmo dalle cave del lago Maggiore, vicino alle isole Borromee, in Lombardia. Queste colonne sono trasportate sul famoso canale Milanese perfezionato da Leonardo da Vinci. Arrivate a Venezia, fanno il giro dell'Italia, e poi giungono sul Tevere fino a qualche centinaio di passi da San Paolo.
Dopo un secolo o due di sforzi inutili, si rinuncerà al progetto di ricostruire questa chiesa che del resto è completamente inutile.

Delle ottanta colonne che dividevano la chiesa in cinque navate, le quaranta a destra e a sinistra della navata centrale erano considerate le più preziose, e ventiquattro erano di un sol blocco di marmo violetto. Da un anno è di moda sostenere che queste ventiquattro colonne provenissero dalla basilica Emilia del Foro: si citano un passo di Plinio il Vecchio e alcuni versi di Stazio. Ciò che è sicuro è che queste colonne erano corinzie, scanalate per due terzi, e misuravano trentasei piedi di altezza e undici di circonferenza. Le altre colonne erano di marmo di Paro. Le due immense colonne di marmo salino che sostenevano il grande arco della tribuna misuravano quindici piedi di circonferenza e quarantadue di altezza. Il fuoco le ha spaccate dall'alto in basso, e quegli enormi frammenti lasciano un ricordo durevole e triste.
Perché non dirlo? A San Paolo eravamo veramente cristiani.
[...]
Visitai la basilica di San Paolo il giorno dopo l'incendio. Ne ebbi un'impressione di severa bellezza, con una nota di tristezza come solo la musica di Mozart può darne idea. Tutto ancora narrava l’orrore e il disordine di quella terribile sciagura; la chiesa era ancora ingombra di travi fumanti e nere, semibruciate; i fusti delle colonne, spaccati per tutta la loro lunghezza, minacciavano di cadere alla minima scossa. I romani, costernati, erano andati in massa a vedere la chiesa incendiata.
Era uno dei più grandiosi spettacoli che io abbia mai visto, da valere da solo il viaggio a Roma nel 1823."

(Stendhal; Passeggiate Romane)

LA DIVINA PASTORA [14]

"Superior stabat lupus, longeque inferior agnus" (Phaedrus)

Sive: Historia Ecclesiastica Anglorum

La Molto Reverenda Geralyn Wolf, "vescovessa" episcopaliana (cioè degli anglicani statunitensi) "intronizzata" nel 1996 quale dodicesimo "vescovo" della diocesi anglicana di Rhode Island (USA), è notoria esponente dell'area più "progressive" dell'anglicanesimo (la vescovessa è stata tra i vescovi più favorevoli alla ordinazione del primo vescovo anglicano dichiaratamente omosessuale Gene Robinsons, vescovo del New Hampshire, divorziato e risposatosi col proprio sacrestano).
La vescovessa Geralyn Wolf ha, pertanto, recentemente stupito l'opinione pubblica statunitense per aver espulso dalla comunione anglicana (cioè "scomunicato") una sua "pretessa" rea -incredibile dictu!- di aver deviato dal dogma anglicano [sic!]!
La pretessa Ann Holmes Redding è incorsa nell'eresia sincretista, ovvero, in questo caso: non trovare alcuna cotraddizione tra la professione di fede cristiana (cioè tra quel cristianesimo così come predicato dalla sua Chiesa "progressive") e la professione di fede musulmana. La presbitera Ann Holmes Redding, perciò, dal pulpito evangelizzava i suoi parrocchiani anglicani sulla possibilità di appartenere ad entrambe le fedi, cristiana ed islamica, poichè emtrambe le fedi insegnano che esiste un unico Dio ed a lui solo và reso culto ed adorazione: "Both religions say there's only one God, and that God is the same God. It's very clear we are talking about the same God! So I haven't shifted my allegiance."
Poichè la pretessa islamica è una afroamericana, partendo dalla sua doppia appartenenza etnico-culturale aveva cercato di teorizzare la concreta ed effettiva possibilità che ogni singola persona possa esperimentale la consustanzialità della fede cristiana e musulmana: "I am both Muslim and Christian, just like I'm both an American of African descent and a woman. I'm 100 percent both".
Tutto molto chiaro. Un vero capolavoro teologico della reverenda pretessa che si è concretizzato nella fondazione della (nuova comunità ecclesiale?) "Abrahamic Reunion West" mirante alla ricerca di una vera unità e concordia tra le tre fedi abramitiche. Una vera profetessa dell'ecumenismo e del dialogo che un cristiano progessista dovrebbe solo applaudire, e magari candidare quanto prima alla dignità vescovile.
Ma perchè allora la vescovessa tanto "liberal" da benedire la celebrazione in chiesa delle nozze "gaie" invece si inalbera per il fatto che in una chiesa si fa la lettura delle sure del Corano assieme ai versetti del Vangelo?
Forse a causa delle dichiarazioni della presbitera Ann Holmes Redding in cui dubitava della condizione divina dell'uomo Gesù di Nazareth (o meglio: secondo la quale Gesù avrebbe solo voluto insegnare che in tutti gli uomini c'è "il divino"?
Non credo che ciò basti ad essere scomunicato dalla Chiesa Anglicana: la vescovessa è ben conscia che se dovese cacciare tutti i prevosti che dubitano delle formulazioni dogmatiche dei primi sette Concili Ecumenici si ritoverebbe -lei, Wolf- senza pastori.
Mistero della fede anglicana dove un prete (così come una pretessa) è liberissimo di credere e predicare tutto ciò in cui credevano gli eretici del IV secolo, ma non è libero di giungere alle logiche conclusioni, cioè: se la persona di Gesù Cristo non è l'oggetto della fede cristiana, alla fine della fiera, un monoteismo vale l'altro.

martedì, aprile 14, 2009

CASTRUM DOLORIS, XIX

Sive: "IMMOTA MANET"


Poiché sfruttata quale sfondo per le telecronache dei giornalisti inviati sul posto, la chiesa di "Santa Maria del Suffragio delle Anime Sante del Purgatorio" è divenuta immagine simbolo del terremoto che nella notte del Lunedì Santo 6 Aprile 2009 ha devastato la città dell'Aquila.
La settecentesca ed elegante facciata barocca -un vero unicum per l'Aquila i cui cittadini in ogni secolo ed in ogni frangente si sono sempre distinti per la propensione alla sobrietà- è divenuta così il simbolo mass mediatico del timore e tremore con cui gli aquilani hanno subito increduli l'accelerazione degli spasimi e delle pulsazioni del cuore della loro amata terra d'Abruzzo.

Non alla medievale basilica di Collemaggio famosa in tutto il mondo, non alla rinascimentale facciata della Basilica di San Bernardino, nemmeno al neoclassicamente austero prospetto del Duomo di San Massimo che al pari della chiesa della "Anime Sante" si trova nella stessa piazza principale della città dell'Aquila, s'è indirizzata l'attenzione di tutti i cronisti, giunti per fissare le immagini del terremoto: hanno puntato l'attenzione su quella che non è né una cattedrale né una basilica ma che, al contrario della altre sunnominate ed assai più monumentali chiese (le cui imponenti facciate pudicamente impedivano di prendere diretta visione delle ferite inferte dal sisma a questi venerabili santuari) "il Suffragio delle Anime Sante" ostendeva ai teleobiettivi la cerulea decorazione interna della semicrollata cupola e, al giornalistico ragionamento assai ponderatamente cinico, prometteva lo spettacolo di un ulteriore quanto definitivo crollo della graziosa cupola in diretta televisiva mondiale, quale mass mediatica "icona", che potesse fare da patetico pendant al filmato "dal vivo" del crollo della crociera della basilica superiore di Assisi nel precedente terremoto in Umbria.

Quella slanciata cupola neoclassica fu realizzata dal Valadier a cavallo tra Settecento ed Ottocento quale degno coronamento di quel luogo di culto, edificato ed abbellito lungo tutto il XVIII secolo, che, a ben pensarci, altro non era che un sacrario scaturito dalla devozione degli aquilani d'ancien regime in commemorazione e -come dice appunto l'intitolazione del sacro edificio- in "Suffragio" delle migliaia di vittime del disastroso terremoto del 1703.
Quella cupola che squarciata dal sisma mostra anche all'esterno la decorazione in stucco dorato era stata restaurata recentemente -e con essa a seguire poi tutta la chiesa- dopo che nel febbraio del 2003, ovvero esattamente nei medesimi giorni del funesto trecentesimo anniversario di quel terremoto, un fulmine si scagliò contro la slanciata cupola "del Suffragio" danneggiandola, e andando a terminare la propria corsa direttamente sull'altar maggiore, facendolo esplodere.
Poiché come disse Nostro Signore: "La casa del Padre mio è casa di preghiera ma voi l'avete trasformata in una spelonca di ladri", quel sinistro accadimento, per gli interpreti dei segni dei tempi, quale celeste ammonito, assai eloquentemente "cadde" proprio mentre la città era infiammata da una polemica politica in seguito all'emergere di accuse e di scandali intorno alla gestione dei fondi pubblici per l'organizzazione della annuale celebrazione della "Perdonanza" istituita dal santo papa Celestino V.

I recenti restauri, in linea con il buon gusto dei contemporanei, avava fatto sparire le teche con mummie imbalsamate e teschi che decoravano le cappelle laterali volendo così manifestamente obliare il motivo per cui gli aquilani del XVIII secolo avevano fortemente voluto quella chiesa, così fortissimamente voluta fino al punto da mettersi contro il vescovo ed il clero della cattedrale che non volevano che si erigesse un'altra chiesa nella piazza del Duomo. Una chiesa così insistentemente voluta dagli aquilani reduci dal terrenoto del 1703 fino al punto da far intervenire nella questione la stessa Curia Romana.
La chiesa "del Suffragio delle Anime Sante" era la stata ideata quale perenne "Memento Mori" della comunità cristiana aquilana. E se, pertanto, le autorità ecclesiastiche nei recenti restauri avevano scientemente voluto rimuovere tutto ciò che rammentasse che è tragicamente imprevedibile l'ora in cui la morte poteva accanirsi sull'intero popolo aquilano, i Mass Media, mercè l'ancor più recente cataclisma, della chiesa delle Anime Sante ne hanno riattualizzato la fondativa finalità quale palcoscenico del culto del macabro.

Ed ci appare assai meno folcloristica anche quella processione del Venerdì Santo -che nell'Anno Domini 2009 a causa del terremoto non c'è stata- che da secoli spinge gli aquilani a girare nottetempo per le strade cantando il "Miserere" per quella morte in croce che provoco "un terremoto su tutta la terra".

Immota stava, da tre secoli, "Sorella Morte" a reggere un cartiglio sopra la testa degli aquilani che ogni giorno passavano davanti alla porta delle Anime Sante. Intere generazioni di aquilani si sono recati ogni mattina al mercato organizzato nella Piazza del Duomo senza mai curarsi di decifrare l'autentico significato di quell'iscrizione (tratta da San Giovanni Crisostomo), che non era -col senno del poi appare d'una evidenza abbagliante- una manierata, quanto generica, macabra decorazione ma era il laconico commento con cui la stessa Morte aveva già detto tutto quel che c'era da dire sul terremoto prossimo venturo, per le vittime così come ai sopravvissuti: "IUVETUR MORTUUS NON LACRYMIS, SED PRECIBUS, SUPPLICATIONIBUS, ET ELEMOSYNIS".
Ai morti non bastano le lacrime. E nemmeno ai vivi.

sabato, aprile 11, 2009

Virgen de la Aurora [3]



"Mi disse che appena risuscitato si era mostrato a Nostra Signora, che ne aveva gran necessità, perchè il dolore la teneva così assorta e alienata che non riusciva a ritornare in sè per godere di quella gioia (da ciò capii qualcosa della mia trafittura, benchè assai differente. Come sarà stata quella della Vergine!).
Il Signore rimase con ella molto tempo, essendo ciò necessario al fine di consolarla."

(Santa Teresa d'Avila; Salamanca, Aprile 1571; Relaciones Espirituales)

venerdì, aprile 10, 2009

Venerdì Santo [5]


Gesù disse: "Dove l'avete posto?". Gli risposero: "Signore, vieni a vedere". Gesù scoppio in pianto. Dissero allora i giudeo: "Vedi come lo amava".
(Gv. XI, 34-36)


Quando leggiamo queste parole, un interrogativo sorge spontaneo nel nostro spirito: perché il Signore pianse alla tomba di Lazzaro? Sapendo che aveva il potere di risuscitarlo, perché recitò la parte di quelli che fanno lutto per i morti?
[...]
Perché Gesù pianse per un morto che lui poteva risuscitare con una parola, e che già stava pensando di risuscitare?

Innanzitutto, come possiamo notare dal contesto, egli pianse per partecipare al dolore degli altri: Quando Gesù vide piangere Maria e i giudei che erano con lei, fremette nel suo spirito e si turbò. E' la caratteristica propria della compassione o della simpatia, come implica la parola stessa, di piangere con quelli che piangono e gioire con quelli che gioiscono.
Noi sappiamo che è così per gli uomini e Dio ci dice che egli pure è compassionevole e ricco di misericordia. E tuttavia non sappaiamo bene cosa significhi questo, perché come può Dio rallegrarsi e affliggersi? [...]
Dunque, noi non possiamo vedere la compassione di Dio.
Il Figlio di Dio, sebbene abbia per noi la stessa grande compassione del Padre non ce ne diede alcun segno durante il tempo in cui rimase nel seno del Padre. Ma quando si fece carne e apparve sulla terra, rivelò la divinità in un aspetto nuovo. Si rivestì di nuovi attributi, quelli della nostra umanità, assumendo un'anima e un corpo umani per poter fare suoi i pensieri e i sentimenti, gli affetti che corrispondono ai nostri per renderci certi della sua tenera misericordia.

Quando, dunque, il Salvatore pianse di compassione alle lacrime di Maria non dobbiamo dire che quello era solo l'amore di un uomo sopraffatto da un sentimento naturale. Era l'amore di Dio, il sentimento di compassione dell'Onnipotente ed Eterno che si degnò mostrarci quell'amore nella forma umana perché noi fossimo capaci di riceverlo.
Se Gesù pianse, non furono solo i pensieri profondi della sua intelligenza che provocarono al pianto, ma una tenerezza spontanea; furono la dolcezza misericordiosa, la premurosa bontà infinita, l'amore sconfinato del Figlio di Dio per la sua creatura, la stirpe dell'uomo.
Le lacrime degli uomini lo commossero immediatamente, come la loro miseria l'aveva fatto scendere dal cielo.
[...] Che cosa vide?
Egli vide, chiaramente manifestato il trionfo della morte, una folla in lutto, tutto quello che era atto a generale dolore ma non colui che era causa del dolore. Lazzaro non c'era più, una pietra chiudeva il luogo dove giaceva.
Marta e Maria, che il Signore aveva conosciuto e amato in compagnia del loro fratello, ormai sole si avvicinarono a lui, una dopo l'altra, in una circostanza e in uno stato d'animo ben diversi, in profonda afflizione ma con fede e rassegnazione; e pur tuttavia gli rivolsero un dolce rimprovero: Signore, se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto.

Questo è in ogni tempo il giudizio pronunciato, il dubbio sollevato verso di lui nel cuore di ogni creatura.
Gli uomini hanno visto il peccato, hanno visto la miseria intorno a loro, e nella fede o nell'incredulità hanno detto: Se tu fossi stato qui; se tu fossi intervenuto le cose sarebbero andate in modo differente.

Il Creatore era dunque là, circondato da quelli che erano opera delle sue mani, che indubbiamente lo adoravano ma che gli chiedevano perché permettesse che la sua stessa creatura venisse così sfigurata.
Il Creatore del mondo era là, dinnanzi a una scena di morte, e vedeva la fine di un'opera del suo amore. Forse egli tornò con il pensiero al momento della creazione quando uscì dal seno del Padre per chiamare all'esistenza tutte le cose.
C'era stato un giorno nel quale aveva contemplato l'opera del suo amore e aveva detto che ciò era molto buono; da che cosa era dipeso che il bene si fosse tramutato in male, e l'oro puro era divenuto opaco?
Un nemico ha fatto questo. Perché ciò fosse stato permesso e come fosse accaduto era un segreto; un segreto per quelli che quel giorno gli stavano attorno così come lo è per noi oggi.

Egli si rivolse al Padre celeste in un colloquio incomunicabile.
Non diede alcuna spiegazione e scelse un'altra via per dissipare i dubbi e il pianto. Non aprì la sua bocca, ma operò in modo meraviglioso.
Quello che ha fatto per tutti i credenti, rivelando la sua morte espiatrice, senza darne spiegazione, lo fece allora per Marta e per Maria quando si avvicinò in silenzio alla tomba per resuscitare il loro fratello, mentre esse si lamentavano che lo aveva lasciato morire. [...]


Ma c'erano, ahimè, altri pensieri atti a strappare le lacrime a Nostro Signore. Come avrebbe potuto egli compiere la meravigliosa opera nei confronti delle addolorate sorelle?
A costo del proprio sacrificio. [...]
I suoi discepoli avrebbero voluto dissuaderlo dall'andare in Giudea per timore che i giudei lo uccidessero; il loro infausto presentimento purtroppo si avverò. Gesù venne per resuscitare Lazzaro e la fama del miracolo fu la causa immediata del suo arresto e della sua crocifissione.
Questo egli lo sapeva in anticipo: vedeva ciò che l'aspettava. Lazzaro resuscitato; il banchetto in casa di Marta; Lazzaro seduto a tavola; una grande gioia intorno a lui; Maria che in quel giorno di letizia onorava il suo Signore con il costoso profumo che versava sui suoi piedi; i giudei che accorrevano in folla per vedere non solo lui ma anche Lazzaro; il suo ingresso trionfale in Gerusalemme; la folla che grida "Osanna"; il popolo che testimonia la risurrezione di Lazzaro; i greci venuti per il culto a Gerusalemme desiderosi di vederlo; i fanciulli che si univano alla gioia generale. Quindi i farisei che complottano contro di lui; Giuda che lo traduce; i suoi amici che lo abbandonano e la croce pronta per accoglierlo.
Tutto questo senza dubbio attraversò la sua mente tra i tanti altri pensieri inesprimibili.
Sentiva che Lazzaro si risvegliava alla vita a prezzo del suo stesso sacrificio; che egli sarebbe sceso nella tomba al posto di Lazzaro.
Sentiva che Lazzaro sarebbe tornato alla vita e lui sarebbe morto; lo stato delle cose doveva essere rovesciato; la festa che avrebbe avuto luogo in casa di Marta per lui sarebbe stata l'ultima e dolorosa Pasqua. E questo rovesciamento di cose, egli lo sapeva, era l'effetto della propria volontà.
Egli era disceso dal seno del Padre per espiare con il suo sangue i peccati del mondo, e quindi per resuscitare dalla tomba tutti i credenti, come ora stava per risuscitare Lazzaro. Li avrebbe resuscitati non per breve tempo, ma te tutta l'eternità. Intanto davanti a lui c'era la prova amara con la quale avrebbe aperto il cielo a tutti i credenti.

Abbracciando il proprio disegno in tutta pienezza, mentre stava per compiere l'opera della sua misericordia, disse a Marta: Io sono la Resurrezione e la Vita, chiunque crede in me anche se muore vivrà; e chiunque vive e crede in me non morrà in eterno.
Torniamo a questi confortanti pensieri quando meditiamo sulla nostra morte e sulla morte dei nostri amici.
Dove c'è la fede in Cristo, là c'à Cristo medesimo. Egli domanda a Marta: Credi tu questo?
Ovunque c'è un cuore per rispondere: Signore, io credo, là Cristo è presente. Là il Signore promentte di essere presente, anche se non visto, sul letto di morte o sulla tomba, sia se siamo noi a chiamarlo o i nostri cari. Sia benedetto il suo nome!

Niente ci potrà togliere questa consolazione: saremo certi, con la sua grazia, che egli si chinerà su di noi con amore, come se lo vedessimo. Non dubiteremo neppure per un istante, dopo aver fatto l'esperienza della storia di Lazzaro, che egli veglia su di noi.
E' consapevole fin dal principio del nostro male, sebbene si tenga a distanza. Sa quando deve rimanere a distanza e quando avvicinarsi; segue il progredire della malattia e le sue fasi. Può dire a colpo sicuro se il suo amico è malato o se dorme. Noi, che ne abbiamo fatto l'esperienza nel racconto ora esaminato, non ci lamenteremo mai del corso della sua Provvidenza.

Solamente, lo preghiamo affinché accresca la nostra fede, ci doni una percezione più della maledizione che incombe sul mondo; e dei nostri demeriti.
Una intelligenza più penetrante del mistero della sua croce; una fiducia più devota della potenza di questa croce. E una più fiduciosa convinzione che egli non ci darà mai un peso troppo pesante per le nostre spalle, che non infliggerà mai ai suoi fratelli un dolore che essi non sia per un loro bene più grande."


(John Henry NEWMAN ; Parochial and Plain Sermons, III)